Il calcio è semplice: Allegria se abbiamo la palla noi, coraggio se ce l'hanno gli altri. Divertirmi e divertire.
CONTRO IL CALCIO MODERNO...DIVERTIAMOCI
Ieri su Sky è stata trasmessa la partita in onore di un grande uomo prima che di un grande calciatore, Stefano Borgonovo, campione sfortunato afflitto dal male che in questi anni sta diventando l'incubo di molti atleti la SLA o il morbo di Lou Gehring, e che dopo il compianto Gianluca Signorini, ha avuto il coraggio di mostrarsi in pubblico, con una dignità che non è da tutti.
Un tifoso juventino, come ricordava in telecronaca Mauro, acclamato dalla Fiesole non si era mai visto. Ma per Borgonovo, cuore bianconero, gli ultràs viola hanno fatto un’eccezione. E’ successo stasera al Franchi, prima di un Fiorentina-Milan molto speciale: Stefano Borgonovo, spinto in carrozzina da Roby Baggio, raccoglie gli applausi e i cori commossi della curva e dei 30mila sugli spalti, mentre a centrocampo Ruud Gullit trattiene a stento le lacrime. Potrebbe essere la notte della retorica. Invece no. E’ la notte della ‘stronza’, come Borgonovo definisce la Sla, quella maledetta malattia neuromuscolare che lo tiene da tempo prigioniero. Ma e` anche la notte in cui il vecchio e il nuovo si mixano come un vinile con un cd: Pazzini che salta Baresi oppure Baggio che segna su rigore, il tutto sotto gli occhi della Nazionale di Lippi disposta in tribuna dietro i fratelli Della Valle, sono cose che capitano solo in una notte speciale come questa.Allora ‘grazie Firenze’, firmato Borgonovo. E, tramite il computer con cui comunica con il mondo esterno e che utilizza muovendo gli occhi, un messaggio chiaro: `Lasciate fuori il calcio perche` il calcio non c`entra nulla’.Infine, uno sguardo alla partita. Perche` si e` anche giocato e vecchie glorie come Antognoni si sono pure divertiti: Fiorentina batte Milan 4-1 (doppietta di Pazzini, Da Costa e Nappi per i viola, Massaro per gli ospiti). Ma poco importa. Stasera in gioco c’era molto di piu` di una vittoria calcistica: la Fondazione Borgonovo per la ricerca ha finalmente dato il suo calcio d`inizio.
Il suo gemello del goal , Roberto Baggio, che con lui formava la B2, non lo ha lasciato solo nemmeno un minuto, mentre gli altri suoi compagni onoravano la partita, nella speranza che la lotta contro la "stronza" non si fermi ma che continui, dando la speranza anche a persone che non possono permettersi le cure per combattere questo male di cui si sa poco.
Il Codino ha incontrato di persona Borgonovo prima di ieri sera: ‘Le due ore che ho passato con lui sono state intensissime e mi hanno insegnato molto. Quel che mi ha colpito e` stata la sua voglia di vivere, nonostante la malattia. Abbiamo comunicato attraverso il suo computer, mi ha parlato dei nostri tempi, quando giocavamo insieme nella Fiorentina, e della Nazionale’.Parole importanti. Quanto quelle spese da un altro grande del nostro calcio, Franco Baresi: ‘L’evento del Franchi e` uno dei miracoli che Stefano Borgonovo ha compiuto. Ha trovato il coraggio di raccontare la sua malattia e in questo modo ha riunito attorno a se` tanti compagni’. Da qui si parte per un futuro nuovo, di maggiori speranze per la ricerca: ‘Quello che sta succedendo a Stefano - continua Baresi - ha colpito tutti noi. Siamo qui per dare una mano e per far si` che abbia tanta forza per continuare la sua lotta’.
Stefano Borgonovo dopo i bellissimi goal realizzate con la maglia di Fiorentina, Milan, Ascoli, Pescara ed Udinese, possa ora realizzare il goal più importante della sua vita, sconfiggere la Stronza.
Grazie Borgo
Che c'entra la crisi economica mondiale con il male di Borgonovo...bhè nn lo so di preciso ma mi rode il culo pensare che c'è chi studia il giorno e la notte su come trovare profitto dal buco del culo di miliardi di persone e chi magari vorrebbe semplicemente VIVERE DELLE PROPRIE FORZE.
"A partire da oggi, le crisi economiche verranno create scientificamente." (Deputato Charles A. Lindbergh Sr., dopo il passaggio del Federal Reserve Act del 1913)
Ezequiel Iván Lavezzi nasce a Governador Gálvez, (Argentina) il 3 maggio 1985.
El Pocho...la pulce...inizia la propria carriera agonistica di calciatore nelle giovanili del Boca Juniors, e viene successivamente ingaggiato all'età di diciassette anni dall'Estudiantes di Buenos Aires, club di terza serie, dove segna 16 gol nel 2004. Al termine del campionato, viene acquistato dalla squadra italiana del Genoa, impegnato in Serie B, che decide di lasciarlo un anno in prestito al San Lorenzo. Nell'estate del 2005 il Genoa lo acquista per affrontare la Serie A appena conquistata e Lavezzi affronta de settimane di preparazione con l'allora allenatore dei Grifoni Guidolin.
Ma un illecito sportivo relega il club ligure in Serie C1 e Lavezzi fa ritorno in Argentina dove il San Lorenzo acquista definitivamente il suo cartellino. Con la maglia del club del quartiere Almagro di Buenos Aires continua ad offrire prestazioni di alto livello e conquista il Campionato di calcio argentino di Clausura del 2007 da assoluto protagonista.
Il 18 aprile 2007 esordisce in Nazionale entrando nella ripresa nell'amichevole contro il Cile.
Il 5 luglio 2007 passa al Napoli, firmando un contratto di 5 anni. Il costo dell'operazione è stato di circa 6 milioni di euro. I primi gol con il Napoli arrivano il 18 agosto durante una partita di Coppa Italia contro il Pisa, nella quale mette a segno una tripletta, mentre in campionato il suo primo gol arriva alla seconda giornata, ad Udine.
Come sempre Pierpaolo Marino ha l'occhio lungo per quanto riguarda i talenti del calcio...mettendo le mani addosso a questo fenomeno prima dei grandi club come Barcelona, Real ed altri...
Ragazzi fermate quel brigante. E' diventato l'incubo, il demone degli allenatori italiani, fortunato Edy Reja ad averlo nella sua squadra. Uno scugnizzo da 18 tattoo che con il pallone tra i piedi ama regalare una magia dietro l’altra. Ecco perché la baby gang fa decollare la torcida azzurra. Geniale, imprendibile, imprevedibile, è l’oro del Napoli è un "Pocho" che quando accende il turbo non c’è difesa che tenga. Un nuovo profeta per questa città già tartassata dai suoi problemi che con il calcio riesce un tantino a stemperarli. Con Diego per ora ha solo una cosa in comune: il primo manager del campione riccioluto di Lanus, Jorge Cyterszpiler. Ma forse forse, quella sregolatezza e quel pizzico di irresponsabilità lo accomunano un po' al vero genio del calcio mondiale, Diego Armando Maradona. Ma il pocho non si sbilancia: “Diego è Diego, io sono un calciatore comune”. Sta di fatto però che a Napoli è diventato il beniamino indiscusso della gente, anche perché Napoli aveva sete di fuoriclasse, di campioni all’ombra del Vesuvio non se ne vedevano passare più. Gli slalom; l’esultanza; la zazzera; la simbiosi con i tifosi; la voglia di trascinare il Napoli sempre più in alto sta facendo volare l’entusiasmo dei napoletani.
Oggi è il turno di uno dei più grandi attaccanti italiani visti su un campo di calcio dopo il mitico Silvio Piola...colui che insieme ad un altro talento del calcio italiano tale Roberto Mancini, formò una delle piu belle coppie d'attacco degli anni 80/90 e facendo grande la Samp del mitico Boskov
Gianluca Vialli nasce a Cremona il 9 luglio 1964 e proprio nella squadra della sua città natale inizia la carriera, arrivando a disputare 4 campionati in prima squadra, contrassegnati da due promozioni: dalla C1 alla B nel 1980-81 e dalla B alla A nel 1983-84.
Nell’estate 1984 passa alla Sampdoria, con la quale esordisce in serie A il 16 settembre, proprio contro i grigiorossi: la partita si gioca a Genova e finisce 1 a 0 per i padroni di casa. Il suo arrivo coincide col periodo d’oro della società blucerchiata, ancora a secco di vittorie a livello nazionale ed internazionale: negli otto anni di permanenza conquista 3 Coppe Italia (1984-85, 1987-88 e 1988-89), una Coppa delle Coppe (1989-90), uno scudetto (1990-91) ed una Supercoppa di Lega (1991). Si permette il lusso di dire “no” al Milan; tantissimi soldi alla Sampdoria ed un ingaggio da re. Nel 1992 passa invece alla Juventus, vivendo quattro stagioni indimenticabili in maglia bianconera, vincendo nel 1992-93 la Coppa Uefa e proseguite con scudetto e Coppa Italia (1994-95) e Coppa dei Campioni (1995-96). Vialli, all’inizio, vive Torino sognando Genova. Il mare di Nervi è tutta un’altra cosa rispetto al Po e la Juventus è molto lontana dal “pianeta-Samp”, dove Boskov lasciava vivere tranquillamente i giocatori. Nella sua seconda stagione in bianconero, soffre meno la mancanza del mare, ma subisce una serie incredibile di infortuni, tanto da mettere in discussione il prosieguo della carriera. In società parla di lui come di un “ex”, Trapattoni, quando emigra in Germania, è convinto che Gianluca sia un giocatore sul viale del tramonto. Ma Lippi e la “cura” Ventrone lo rimettono in perfetta linea con le esigenze di un calcio atletico e tecnico al tempo stesso. Vedendolo tirato a lucido nel ritiro di “Villar Perosa”, l’Avvocato Giovanni Agnelli, rivolto a Lippi disse: «Scusi, ma questo Vialli quando è arrivato alla Juventus era grasso come un tacchino, adesso è magro, bello, corre e segna. Cosa gli avete fatto ???» Con la cura Lippi, Vialli ritrova lo scatto e quell’elasticità atletica che a Genova gli avevano permesso goals impossibili in acrobazia. A 31 anni vola prima sullo scudetto e poi sulla tanto agognata Coppa dei Campioni. Grande combattente e trascinatore, le tifoserie per le quali ha giocato hanno sempre riconosciuto in lui un esempio da additare agli altri e lo hanno perdonato nei periodi di cali di forma; uno degli ultimi modelli di “bandiera” di una squadra, di giocatore capace di trascinare undici giocatori con la stessa maglia alla ricerca di un unico obbiettivo: la vittoria. Destro, sinistro, dribbling, testa, rovesciata. Luca segnava in ogni modo. È stato uno di quelli che ha cambiato il modo di giocare degli attaccanti italiani; la congiunzione tra la generazione dei Paolo Rossi e quella dei Totti. Vialli ha sempre avuto un rapporto contraddittorio con la maglia della Nazionale: i vari C.T. che hanno allenato l’Italia non hanno mai potuto prescindere dalle sue grandi doti dinamiche ed esplose ma, alcune volte, è stato confinato in panchina, come ad esempio nei mondiali casalinghi del 1990, quello che dovevano rappresentare la sua consacrazione a livello mondiale, quando fu costretto a farsi da parte per lasciare spazio al momento magico di Schillaci; le sue caratteristiche naturali di grande leader in campo hanno sempre fatto di lui un personaggio scomodo per le squadre nelle quali ha militato, soprattutto in relazione agli allenatori: da ricordare a tal proposito il conflittuale rapporto con Arrigo Sacchi, alla guida della Nazionale dopo la gestione di Vicini. Nel 1996 vola in Inghilterra, chiamato da Gullit, diventato allenatore/giocatore del Chelsea. Ma il “feeling” fra i due dura poco, tanto che Vialli viene escluso dalla formazione titolare. Umiliato ma non domo, Gianluca prepara, in silenzio, la sua rivincita, come aveva fatto l’anno in cui vinse lo scudetto con la Sampdoria, all’indomani dei deludenti Mondiali italiani. Con pazienza, aspetta il suo momento, che non tarda ad arrivare. La squadra londinese non gira e Gullit viene licenziato dal Chelsea, che, nel febbraio del 1998, rilancia Vialli. Nella doppia veste di giocatore/allenatore, guida il Chelsea alla conquista della seconda Coppa delle Coppe, dopo aver eliminato in semifinale il Vicenza dei miracoli di Guidolin. Nello stesso anno vince la Coppa di Lega inglese ed una Supercoppa Europea. Il tutto si aggiunge ad una Coppa d’Inghilterra cui aveva contribuito nel 1997 come centravanti. Vialli sfiora anche la finalissima di Champions League, dopo aver fatto fuori la Lazio nei quarti, quasi fosse un’altra vendetta da consumare nei confronti delle squadre italiane. E torna persino ad indossare i panni del calciatore, sia pure come saltuariamente, per il suo derby personale con il suo grande amico Roberto Mancini, approdato anche lui nella terra di Albione.
Dopo l'esperienza al Chelsea, passa al Watford di Elton John, perché ci doveva essere un progetto, un’idea, un futuro, ma c’era solo un nome vuoto. Luca ha smesso di allenare lì, alla periferia della metropoli che adora. Ha cercato una squadra senza candidarsi davvero; desiderava che qualcuno dall’Italia lo chiamasse. L’hanno fatto, ma non quelle che avrebbe desiderato lui. Ha sperato nella Nazionale del dopo Lippi e nella Juventus del dopo Moggi. Non è andata, forse perché non è un tipo facile per una società, per un presidente e per un direttore sportivo, perché è popolare ed allora scomodo, perché dice di non aver avuto mai un padrone e, probabilmente, è vero.
In questa rubrica vi ho raccontato le gesta di grandi campioni che hanno fatto sognare tutti gli appassionati dello sport, ma è giunto il momento di parlare del piu grande giocatore di calcio che sia mai esistito....DIEGO ARMANDO MARADONA
Diego Armando Maradona è nato il 30 ottobre del 1960 nel quartiere povero di Villa Fiorito, nella periferia di Buenos Aires. Diego è cresciuto con il calcio. Fin da piccolo era un vero 'fenomeno' del pallone. Durante l'intervallo delle partite dell'Argentinos Juniors un ragazzino delle giovanili, il cui nome era Diego Armando Maradona, intratteneva il pubblico accorso allo stadio facendo palleggi e magie con il pallone. "¡Que se quede!, ¡que se quede!" (=fatelo restare!) gridava il pubblico in delirio. La sua rapida carriera iniziò appunto nell'Argentinos Juniors, per poi proseguire nel Boca Juniors, sempre in Argentina. Ricevette giovanissimo la convocazione in nazionale e guidò la nazionale giovanile a vincere il titolo mondiale nel 1979. Dopo il mondiale del 1982 in Spagna, giunse in Europa al Barcellona per due stagioni. Nel 1984 fu ingaggiato dal Napoli, squadra con cui ha vinto due scudetti (1986/87 e 1989/90), una Coppa Italia (1987), una Coppa UEFA (1989) e una Supercoppa Italiana (1990). Nel frattempo era stato l'eroe della vittoria dell'Argentina al mondiale del 1986 in Messico: disputò un torneo strepitoso che gli consentì di entrare nella leggenda del calcio. Venne squalificato per uso di sostanze proibite nel campionato italiano nel 1991 e, dopo due brevi esperienze nel Siviglia e nel Newell's Old Boys, tornò al suo amato Boca Juniors, dopo essere anche stato allenatore di due squadre del campionato argentino.
Nel mondiale del 1994 negli Stati Uniti Maradona venne squalificato dopo la partita con la Nigeria per aver usato efedrina, sostanza non consentita dalla FIFA. Venne sospeso per oltre un anno dai campi di gioco. L'Argentina stava giocando molto bene con Diego in squadra, ma appena il suo capitano venne squalificato, la squadra si smarrì e fu subito eliminata dal torneo.
Dopo la squalifica, è ritornato a giocare per il Boca Juniors fino al 1997: il 30 ottobre 1997, infatti, giorno del suo 37esimo compleanno, ha annunciato il suo ritiro dal calcio.
Nessuno può permettersi di giudicare la vita di un'altra persona, e tantomeno la difficile vita di Maradona. Ma chiunque può permettersi di giudicare quello che ha fatto sui campi di calcio di tutto il mondo. E saremo sempre tutti d'accordo nel dire che quello che ha fatto sul terreno di gioco è davvero qualcosa di unico e indimenticabile. GRAZIE, DIEGO.
GLI INIZI
Per Maradona l'amore per il pallone è una questione ereditaria: infatti anche il padre amava il calcio più di ogni altra cosa, giocava da dilettante sulla fascia destra. Il piccolo Diego andava a scuola per non lavorare, ma appena terminate le lezioni esistevano solo il pallone e i suoi amici. Un ragazzino come tanti, Diego Armando, che col passare degli anni capisce gli immensi sacrifici fatti dalla sua famiglia per regalargli una vita appena dignitosa. A Villa Fiorito c'è tutto il suo mondo, il pallone e la famiglia. Quel mondo che lasciò all'età di dieci anni per trasferirsi all'Argentinos Juniors. Fu Francisco Comejo, che aveva l'abitudine di girare per i campetti di periferia alla scoperta di talenti a scoprire Diegito. Quando al campetto di "Las Malvinas" dove si svolgevano i provini arriva Diego accompagnato dal suo miglior amico, il compagno Goyto Carrizo, succede un fatto incredibile. Appena "Pelusa" inizia a palleggiare tutti gli altri ragazzini si fermano a guardare. Si forma un enorme capannello intorno a Diego Armando, che intanto palleggia proprio come un "Fenomeno" in erba. E l'inevitabile scintilla che si accende negli occhi del talent-scout Comejo che lo porta alle "Cebollitas" dell'Argentinos. Nell'Argentinos Juniors Diego Armando Maradona ne è subito la "stellina indiscussa". E in quegli anni i ragazzini della classe'60 vincono tutto quello che si può vincere nelle categorie giovanili. Memorabile la finale dei "Giochi Evita Peron" alla fine del '73.La squadra di Diego batte in finale i giovani del River Plate, con un clamoroso 5-4 e con due spettacolari reti di Maradona, l'emblema di quella squadra di ragazzini nati nel '60, gruppo passato alla storia per aver vinto tutto in quelle stagioni. La massima serie lo attende: nell'ottobre del 1976, prima di compiere sedici anni, esordisce in serie A con l'Argentinos Juniors e qualche mese dopo veste per la prima volta anche la maglia dell'Argentina in una partita amichevole contro l'Ungheria. Nonostante la stima che Menotti ha per "Pelusa" arriva la clamorosa esclusione dai mondiali in Argentina, quelli del'78. Un colpo durissimo per Diego, appena attenuato dalla vittoria della sua nazionale ai Mondiali. Un anno dopo però Maradona si prende una grande rivincita conquistando il titolo mondiale giovanile a Tokio. E' un momento storico, in quei giorni Maradona viene consacrato come uno dei più forti giocatori del mondo già a diciannove anni.
In questo numero non parlemo di un singolo giocatore, ma di una intera squadra, la squadra perfetta, infatti nessuna compagine al mondo ha mai rappresentato per il calcio tutto ciò che è riuscito al Grande Torino. Nessuna squadra al mondo ha mai rappresentato per il calcio tutto ciò che è riuscito al Grande Torino. L'Italia in quegli anni era reduce da una guerra perduta, avevamo poca credibilità internazionale e furono le gesta dei nostri campioni a rimetterci all'onore del mondo: Bartali, Coppi, il discobolo Consolini, le macchine della Ferrari e appunto il Grande Torino che, essendo una squadra, dimostrava a tutti come un popolo di individualisti come gli italiani sapessero far fronte comune per dare vita al più bel complesso di calcio mai visto e mai più comparso su un campo di calcio. La Juventus del Qinquennio, il Real Madrid, il Santos, la Honved, l'Inter di Herrera, l'Ajax e il Milan degli olandesi hanno rappresentato, è vero, eventi tecnici straordinari, ma nessuno ha pareggiato il Grande Torino. I granata, guidati da Valentino Mazzola, il capitano dei capitani, hanno record strabilianti e assolutamente irripetibili. Bastava, per esempio, uno squillo del trombettiere del Filadelfia perchè si scatenassero. Leggendaria, per esempio, una partita romana quando il Grande Torino, in svantaggio di un gol nel primo tempo contro i giallorossi, stabili negli spogliatoi, durante il riposo, che non si doveva più scherzare. Fu così che vennero segnati 7 gol a dimostrazione che quella squadra vinceva come e quando voleva. Non per nulla l'11 maggio del 1947, Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale, vestì dieci granata d'azzurro per una partita disputata a Torino contro l'Ungheria. I nostri eroi naturalmente vinsero. E avrebbero continuato a vincere su tutti i fronti se non fosse sceso in campo il destino più tragico per fermarli. Ma non per batterli. Perchè quella squadra di grandi uomini e di grandi campioni è passata direttamente alla leggenda. 3 MAGGIO 1949: L'ULTIMA PARTITA Il Torino volò in Portogallo perché il capitano del Benfica, amico di Valentino Mazzola, voleva disputare contro i Granata l'incontro del suo addio al calcio. Il Torino lasciò Lisbona sconfitto per 3 a 2. I granata avevano disputato una buona mezz'ora, nonostante i disagi del viaggio; poi, verso la fine del primo tempo, era venuto fuori il Benfica con la mezz'ala Melao in gran giornata. Il l 4 maggio 1949, alle ore 17,05, una grande sciagura aerea colpiva l’animo degli sportivi torinesi ed italiani. Il trimotore FIAT N. 212 delle Aviolinee Italiane, il quale trasportava la gloriosa squadra calcistica torinese, reduce da un partita amichevolmente disputata a Lisbona, urtò fatalmente contro i muraglioni di sostegno del giardino a tergo della Basilica di Superga, causando la morte istantanea delle trentuno persone di bordo. Quali furono le cause del disastro? Certamente la fitta nebbia che avvolgeva Torino e le colline circostanti deve avere costituito il principale ostacolo. Il tragico fatto destò un senso di profonda commozione e dì amaro rimpianto non soltanto in Italia, ma anche all’estero, ed ebbe una risonanza grande nella stampa mondiale. Al disopra di ogni umano apprezzamento, nel cuore di ogni devoto della Vergine è rimasta la soave fiducia che la Madonna delle Grazie di Superga, nel momento estremo, sia venuta in aiuto ai gloriosi atleti e ai loro colleghi di volo, ai quali il Signore chiedeva repentinamente e tragicamente il sacrificio della vita. Perciò, da quel giorno, i pellegrini di Superga non tralasciano mai di fare una breve visita e di recitare una preghiera di suffragio sul luogo della sciagura, dove una lapide con croce marmorea ricorda la data fatale. Ogni anno, poi, nell'anniversario dell'incidente, una S. Messa di suffragio viene celebrata in Basilica e un rito funebre presso la lapide-ricordo. Storia affettuosa e romantica di una squadra di calcio unica e irripetibile
Celebrare e non commemorare. Sono passati cinquant'anni dall'ultimo viaggio del Grande Torino. Cinquant'anni durante i quali, il susseguirsi delle vicende non ha intaccato il mito di una squadra che ha scritto un pezzo di storia del calcio italiano. Una squadra che fece sognare migliaia di persone in un momento difficile per il Paese, una formazione capace di vincere cinque scudetti consecutivi, trionfare in Coppa Italia e stabilire una serie di record a tutt'oggi ineguagliati. Un gruppo di uomini che sono diventati leggenda, rendendo il Filadelfia l'unica dimora della squadra di oggi e di domani. Il ricordo ancora intatto nella mente di chi ha vissuto quei momenti irripetibili, viene trasmesso ai giovani che vivono il «granata» non solo come il colore di una maglia, ma come un pezzo di storia cucita addosso. Una filosofia di vita, una fede in cui credere e trovare la forza per continuare a lottare giorno dopo giorno, per riportare il Torino agli antichi fasti, senza lacrime ma mantenendo vivo il ricordo. Ci riteniamo privilegiati. Noi abbiamo un passato da ricordare e, soprattutto, da onorare: il Grande Torino. «Facci sognare». Negli stadi si trovano striscioni come questo. E' la preghiera che il tifoso, in un misto di fede e speranza, non esita a rivolgere ora alla squadra del cuore, ora al campione celebrato che ne veste la maglia. Sovente l'appello resta tale, nudo e solo, senza seguito. Smunta, laconica scritta che campeggia su un telo, scosso non dal misterioso brivido del fantastico di cui tutti i sogni sono intrisi, ma soltanto dall'aria che investe la gradinata. Invocazione spezzata al cospetto di una realtà dura, il più delle volte ben lontana da tanto ottimismo. Eppure, ci sono occasioni in cui succede il contrario; in cui è la realtà a cedere, ad inchinarsi alla supplica che si alza dagli spalti. Il sogno, allora, prende forma, dispiega poco a poco la sua ammaliante potenzialità e spalanca le ali ad un volo, l'unico voluto dal tifoso: quello della vittoria. La squadra del Grande Torino rappresentò uno di questi momenti, espresso però alla potenza ennesima. Quando cioè l'invocato sogno non si disperde al vento dello stadio, ma si realizza e con una tale forza da divenire addirittura incubo, quasi trasformandosi nell'opposto di sé. E' stato questo, forse, il «peccato» della squadra granata, dal destino stesso non perdonato: rapire al mondo del sogno la sua levità, per costringerla a farsi carne concreta, immagine quotidiana e palpabile. Il Grande Torino, ovvero la condanna a vincere sempre. Nell'assurda impossibilità dell'impresa, il segno di una nemesi tremenda, eppure unica soluzione, di un epilogo disperato e brutale: la fine di Superga. Uno schianto la cui eco ancora rimbalza nelle colline attorno alla città, ancora ondeggia tra i rami degli alberi che furono testimoni, ancora agita le corde di cuori sempre meno numerosi che vissero il momento. Ma anche chi, volgendo lo sguardo alla vetta del colle, non visse né vide, ma soltanto ha saputo per il racconto di altri; ebbene, anche in lui questa eco terribile non esita a creare un rimbombo irresistibile, ineludibile. Per questo la leggenda della grande squadra mai è andata incontro a ridimensionamenti; anzi, ha tratto ulteriore vigore dal correre del tempo e a cinquant'anni di distanza la sua forza è integra, salda, intoccata. Per questo, e per l'impenetrabge magia che sta dietro a tutte le cose formidabili della vita, col Grande Torino si può ancora sognare. Dentro la sua parabola trova ancora spazio la fantasia, al cospetto delle sue imprese ancora rinasce l'epica delle gesta che non hanno storia... e ancora e ancora. Per questo, per tutto questo, oggi più che mai spontaneo viene da dire: Grande Torino, Grande Torino per sempre!
I leggendari campioni
Valerio Bacigalupo
Nato a Vado Ligure (Savona) il 12 Marzo 1924. Portiere. Arriva dal Savona, dopo aver giocato nel Genoa il campionato di guerra 1944. É subito inserito nell'undici titolare e dopo qualche comprensibile incertezza, diventa presto un elemento di sicuro affidamento. Dotato di grandi risorse atletiche, è uno dei primi portieri sistemisti del calcio italiano, indispensabile per una squadra costantemente votata al gioco d'attacco, dove spesso è costretto all'uscita temeraria e all'intervento spericolato. Doti queste ultime che in virtù anche del carattere aperto e di un'innata simpatia, ne fanno un autentico beniamino del Filadelfia. Scattante, concentrato e dotato di naturale colpo d'occhio sa comandare la difesa. Vince lo scudetto nel 1946, 1947, 1949. É 137 volte granata.
Aldo Ballarin Nato a Chioggia (Venezia) il 10 gennaio 1922. Terzino. E' l'uomo più pagato nel mosaico di Novo, che nel 1945, per il suo cartellino paga agli alabardati 1,5 milioni. Dotato di gran temperamento. Buon colpitore di testa. Vince lo scudetto nel 1946, 1947, 1948 e 1949. É granata 148 volte, 4 i gol.
Dino Ballarin Nato a Chioggia (Venezia) il 23 Settembre 1923. Portiere. Se ne parla piuttosto bene, è già considerato qualcosa in più di una semplice promessa. Fratello di Aldo. Nella scala dei valori di quel grandioso Torino è in ogni caso il terzo portiere. Il viaggio che lo porta a Lisbona è un tragico premio, che gli preclude ogni possibilità di mettersi in luce e di trovare spazio nella storia del calcio Italiano.
Emile Bongiorni Nato a Boulogne Billancourt (Francia) il 19 marzo 1921. Centravanti. Nell'immediato dopoguerra si mette in luce nella capitale francese con il Racing, dopo essere cresciuto nel Cercle Athletic Paris. Non molto alto, fisico robusto, irruente e difficilmente controllabile, eccelle nel dribbling stretto ed è dotato di un tiro potente e preciso. In Francia ha grosso credito, tanto da conquistare la maglia della nazionale (che indossa in cinque occasioni). Arriva a Torino nell'estate del 1948: nei programmi di Novo è un investimento per il futuro in vista di un eventuale addio dell'ormai trentatreenne Gabetto. Vince lo scudetto nel 1949. E' otto volte granata, 2 i gol.
Eusebio Castigliano Nato a Vercelli il 9 febbraio 1921. Mediano. Uno degli ultimi campioni forniti al calcio italiano dalla scuola vercellese, nel cui vivaio si è formato. La consacrazione arriva nello Spezia; e dopo aver giocato con Biellese e Vigevano, approda al Torino nella stagione 1945-46. Interno in origine, con la maglia granata, arretra a mediano. Infaticabile, dotato di gran temperamento, il suo inserimento completa un quadrilatero che fa paura. E' sicuramente il mediano più completo e possente espresso dal nostro campionato. Forte di testa, non gli fanno difetto né tecnica né presenza fisica e sa sfruttare con abilità le esperienze vissute in prima linea, mettendo in vetrina un tiro micidiale dalla media e lunga distanza. Vince lo scudetto nel 1946,1947,1948 e 1949. E' 116 volte granata, 35 i gol.
Rubens Fadini Nato a Jolanda di Savoia (Ferrara) il 1 giugno 1927. Mediano. Un buon triennio con la Gallaratese e nell'estate del 1948, il Torino. Chiuso dagli inarrivabili Grezar e Castigliano si ricava comunque qualche spazio sostituendo ora l'uno ora l'altro, dimostrando gran duttilità, si disimpegna anche al centro della linea mediana. E' un giovane di talento e di sicuro avvenire: sul campo ha un atteggiamento misurato e stile impeccabile, eccelle nella costruzione del gioco e malgrado la scarsa esperienza, dimostra già la sicurezza di un veterano. Qualità che ne fanno un futuro protagonista del Grande Torino. E' 10 volte granata, un gol.
Guglielmo Gabetto Nato a Torino il 24 febbraio 1916. Centravanti. Per divergenze con la società lascia la Juventus nell'estate del 1941. E' ormai affermato e sulle sue traccie ci sono numerose società: la spunta il Torino, che lo porta in granata in compagnia di altri due bianconeri: Bodoira (portiere detto pinza) e Borel II (centravanti detto farfallino). Ha caratteristiche inconfondibili: in area, grazie ad un inimitabile repertorio di finte, guizzi e un gran fiuto del gol, è spesso incontenibile. Veloce nelle triangolazioni, agile negli scambi, il suo pezzo forte è il gioco in acrobazia. Un autentico giocoliere. Vince il campionato nel 1943 (e la coppa Italia), 1946,1947, 1948 e 1949. E' 199 volte granata, 107 i gol.
Ruggero Grava Nato a Claut (Udine) il 26 aprile 1922. Ala e centravanti. Scuola francese. Si mette in luce nelle fila del Roubaix, squadra con la quale vince il campionato transalpino nel 1947. Razza friulana, deciso combattente, ha buoni fondamentali e volontà da vendere: in un Torino ricco di attaccanti di valore non ha però molte possibilità dimettersi in mostra. L'unica opportunità a Genova, il 26 dicembre 1948, quando un'undici granata, privo di molti titolari e in formato natalizio, è battuto dai rossoblu con un severo 3-0. Vince lo scudetto nel 1949. E' una volta granata.
Giuseppe Grezar Nato a Trieste il 25 novembre 1918. Mediano. Dalla Triestina, dove è cresciuto, al Torino, per la stagione 1942-43. Abbina ad una classe purissima, uno spiccato senso tattico. Di stile sobrio, sicuro sul pallone, è l'elemento d'ordine della squadra granata, al servizio della quale, con la semplicità che gli deriva da una tecnica di primordine, traccia geometrie e calibra lanci precisissimi. Ambidestro, in possesso di un buon tiro, realizza anche qualche gol. E' un punto di riferimento costante per i compagni. Vince lo scudetto nel 1943 (e la coppa Italia), nel 1946,1947,1948,1949. E'159 volte granata, 19 i gol.
Ezio Loik Nato a Fiume (Istria) il 26 settembre 1919. Mezzala. Fiumana, Milan, Venezia e, a partire dal 1942, finalmente il Torino. Sempre in movimento, utile sia nella fase di copertura, sia nel sostegno dell'attacco. E' il "motore" del Grande Torino: mezzofondista infaticabile, coriaceo, potente e indispensabile uomo che mantiene i collegamenti tra i reparti della squadra. Sa segnare con continuità: possiede un tiro imperioso e preciso che esplode, spesso da fuori area sia con il destro sia con il sinistro. Faticatore per antonomasia, generoso, altruista e correttissimo. Un campione vero, sul campo stimato da compagni e avversari. Vince lo scudetto nel 1943 (e la coppa Italia), 1946, 1947, 1948 e 1949. ' 165 volte granata, 64 i gol.
Virgilio Maroso Nato a Crosara di Marostica (Vicenza) il 26 Luglio 1925. Terzino. Capostipite della squadra granata del dopoguerra, è anche il solo protagonista del Grande Torino che Novo si è costruito in casa. Dopo il campionato di guerra (in prestito all'Alessandria) rientra al Filadelfia ed è subito titolare. Calciatore elegante, palleggiatore raffinato dalla coordinazione naturale e dal tocco limpido e deciso. Dal pacchetto difensivo granata, benchè giovanissimo, è forse la figura più luminosa. Un autentico virtuoso: dotato di una tecnica purissima di un potente colpo di testa, di uno scatto e anticipo, predilige le giocate sulla palla (anziché sull'uomo) e non disdegna l'inserimento nell'azione offensiva, ostentando la disinvoltura di un veterano. Vince lo scudetto nel 1946, 1947,1948,1949. E' 103 volte granata, 1 gol.
Danilo Martelli Nato a Castellucchio (Mantova) il 27 Maggio 1923. Mediano e mezz'ala. Dopo le esperienze con Marzotto e Brescia raggiunge il Torino nel 1946. Giovane di talento, nei programmi di partenza è destinato al ruolo di riserva. E' tuttavia ben presto prezioso per la facilità che dimostra nel presidiare ogni zona del campo. Grazie alla rara duttilità, che ne fa un jolly per eccellenza, raccoglie un gran numero di gettoni, anche in ruoli propriamente difensivi. Un gregario di lusso, un faticatore dai piedi buoni: addirittura proverbiali i recuperi sull'uomo, discreto tiratore. Vince lo scudetto nel 1947, 1948, 1949. E' 72 volte granata, 10 i gol.
Valentino Mazzola Nato a Cassano d'Adda (Milano) il 26 gennaio 1919. Mezz'ala. Esperienze giovanili nella Tresoldi di Cassano d'Adda e nella squadra aziendale dell'Alfa Romeo di Milano. Al Venezia nel 1939 e al Torino nel 1942. A tutte le caratteristiche del fuoriclasse: accomuna un talento senza eguali, gran combattività e una sagacia tattica di prim'ordine. Uomo squadra. Con Mazzola il Torino fa il balzo di qualità, che lo porta al primo scudetto del quinquennio. E' ancora ricordato il suo gesto che in mezzo al campo lo vede rimboccarsi le maniche della maglia: un atto rivolto ai compagni per spronarli e invitarli alla riscossa. Proprio in quel momento prendeva avvio un quarto d'ora di gioco nel quale ai granata era impossibile porre argine. Stilisticamente perfetto, goleador, animatore e condottiero, Valentino Mazzola è il simbolo del Grande Torino. Vince lo scudetto nel 1943, 1946, 1947, 1948, 1949. E' 175 volte granata, 102 i gol
Romeo Menti Nato a Vicenza il 5 settembre del 1919. Ala. Vicenza, Fiorentina e poi nel 1941, il Torino, dal quale si separa, temporaneamente, durante il periodo bellico. Carattere schivo poco incline alle chiacchiere, è ala di stampo classico. Sulla fascia destra, spesso incontenibile, va diritto allo scopo: ficcante, incisivo, dà concretezza alla manovra che spesso conclude, grazie ad un tiro potente e preciso che esplode all'improvviso. Sono in ogni caso i cross tesi e calibrati a farne un elemento prezioso per i compagni della pria linea. Del Grande Torino è il rigorista ufficiale (è uno dei primi a battere senza rincorsa), e spesso gli sono affidati anche i calci piazzati. Un professionista nel vero senso della parola: correttissimo, nel suo repertorio non trovano spazi né proteste né invettive. Vince lo scudetto nel 1943, 1946, 1947, 1948, 1949. E' 133 volte granata, 53 i gol.
Pietro Operto Nato a Torino il 20 dicembre 1926. Terzino. Dal Casale al Torino nell'estate 1948. Ha l'ingrato compito di sostituire il più tecnico dei difensori dell'epoca, Maroso spesso vittima d'infortuni muscolari. Deciso, potente, di buona tecnica, non soffre il salto di categoria. Non ha purtroppo il tempo di mettere in mostra tutte le sue possibilità. Vince lo scudetto nel 1949. E' 11 volte granata.
Franco Ossola Nato a Varese il 23 Agosto 1921. Ala e centravanti. Dal Varese al Torino nel 1939. E' il primo tassello di quello che sarà il Grande Torino. Appena diciottenne, prima rincalzo di Ferraris II, le sue presenze si fanno via via sempre più frequenti grazie alla disinvoltura con la quale occupa tutti i ruoli della prima linea. In apparenza fragile, è tuttavia inesauribile. Stilisticamente perfetto, controllo di palla "sudamericano", sa calciare con entrambi i piedi. Attaccante completo, predilige l'assist e la sua intesa con Gabetto è perfetta. Segna a ripetizione. Vince lo scudetto nel 1943 (e la coppa Italia), 1946, 1947, 1948,1949. E' 158 volte granata, 77 i gol.
Mario Rigamonti Nato a Brescia il 17 dicembre 1922. Centromediano. Nel 1941 il Toro lo acquista dal Brescia, in granata arriva comunque solo a guerra finita. Gioca al centro della linea mediana, rispetto all'epoca è un innovatore: il gioco praticato dai granata ("il sistema") ne fa l'antesignano degli stopper. Difensore roccioso e caparbio, buon colpitore di testa, è un severo mastino dell'area che si esalta nella battaglia. Dotato di scatto bruciante, ottimo in acrobazia, di rendimento elevato e soprattutto costante, predilige il gioco d'anticipo: non ama gli inutili preziosismi. Indispensabile per la sua concretezza nel disimpegno. Una garanzia. Vince lo scudetto nel 1946, 1947,1948, 1949. E' 140 volte granata, un gol
Julius Shubert Nato a Budapest (Ungheria) il 12 dicembre 1922. Mezzala. Nel caos dell' Europa centrale nell'immediato dopoguerra abbandona il calcio ungherese e si trasferisce in Cecoslovacchia dove indossa la maglia della nazionale. Arriva al Toro dal Bratislava. Scuola danubiana, in possesso di innato talento, nel suo primo anno in granata (nel ruolo di capitan Valentino) a poco spazio a disposizione. Lo sfruttò per mettere in vetrina un buon tiro e lo stile inconfondibile di una tradizione, che diede all'Europa il meglio del calcio negli anni 30- 40. Vince lo scudetto nel 1949. E' 5 volte granata, 1 gol.
Oggi parliamo di uno dei migliori liberi che abbia mai calcato un campo da calcio, grande uomo oltre a grande calciatore, che ha affrontato la sua malattia con una grande dignita. Pur avendo vestito la maglia della Cavese nell'arco di una sola ma importante stagione, Gianluca Signorini rimane e resterà per sempre nei cuori dei tifosi di Cava de' Tirreni. Nato a Pisa il 17 marzo del 1960, di professione libero ed interprete di un calcio dal volto umano, Signorini esordì nel campionato di Serie C1 nelle file della squadra della sua città natale. Forgiò il suo temperamento difensivo sugli infuocati campi della Serie C, da cui dopo una lunga, onorevole e faticosa gavetta, spiccò il volo verso la massima divisione. Dopo gli esordi di Pisa, infatti, militò nel Pietrasanta, quindi nel Prato e successivamente per due stagioni nel Livorno, in una piazza allo stesso tempo calda ed esigente, in particolar modo nei confronti di un pisano doc come lui. Nell'estate del 1984 si guadagnò l'interessamento della Cavese, che, retrocessa in C1, guardava con particolare attenzione a quei giovani di talento che volevano mettersi in luce. Era la prima volta che Gianluca andava a militare in una formazione del Sud Italia, anche se nel girone meridionale era conosciuto discretamente, in quanto sia il Livorno che la Ternana avevano giocato nel Girone B della C1. Nonostante la discesa dalla B alla C, Signorini trovò ad ogni modo a Cava de' Tirreni un pubblico ancora attaccatissimo, come suo solito, alla vicende della squadra del cuore. La società metelliana acquistò sul mercato diversi interessanti giocatori: Gregori, Bobbiesi, Malisan, Malaman, Mandressi, La Rosa, con l'intento ovviamente di disputare un campionato di livello in C1. Nonostante quella stagione per la Cavese fu molto tribolata, Signorini riusci a mettersi in mostra e gli osservatori di una squadra emergente come il Parma lo notassero. I ducali, pilotati da un certo Arrigo Sacchi, decisero di affidarsi al giovane libero della Cavese. Con il tecnico di Fusignano Signorini si espresse benissimo, ottenendo la sospirata promozione in Serie B e nei cadetti nell'86/87 addirittura si prese il lusso di estromettere il Milan dalla Coppa Italia. Successo che valse a Sacchi l'approdo sulla panchina dei rossoneri. Anche Signorini comunque raccolse i frutti di quella stagione straordinaria e nell'87/88 fu ingaggiato dalla Roma dell'altro maestro della zona e cioè Nils Liedholm. La stagione nella capitale non fu fortunatissima, ma Signorini si era guadagnato i favori e le attenzioni di molti estimatori. Fra tutte quelle del neo-allenatore del Genoa Franco Scoglio, che era in rotta di collisione con il suo libero Biagini ed aveva chiesto insistentemente a Spinelli l'ingaggio di Gianluca Signorini, che la Roma stava ormai cedendo. Scoglio vinse la sua scommessa con Signorini, che fu subito il capitano e il trascinatore del Genoa verso la Serie A. Il libero rossoblù entrò in squadra titolare nel settembre dell'88 e non ne uscì più per sette lunghe stagioni. Nell'89/90 si ritrovò a Marassi in maglia rossoblù anche il suo fido amico Alberto Urban, trasportando uno spicchio di Cavese in quel di Genova. Intanto negli ambienti del calcio italiano si diffondeva una voce non trascurabile e di un certo peso tecnico. Infatti, a Milanello durante gli allenamenti Arrigo Sacchi impartiva a Franco Baresi, il miglior libero del mondo, lezioni tattiche sull'interpretazione del ruolo indicando le qualità di Gianluca Signorini. In pratica Sacchi suggerì allo "straordinerio" Baresi di ispirarsi decisamente al libero genoano. Un riconoscimento che valeva più di palloni d'oro e contratti miliardari. Con il Genoa divenne un giocatore simbolo e idolo della curva dei genoani. Scoglio e poi Bagnoli lo promossero luogotenente sul campo e con questi gradi il 18 marzo del 1992 espugnò con il Grifone l'Anfield Road di Liverpool. Rimase in rossoblu fino al '95, quindi nel 1996 andò a chiudere la carriera nel Pisa in Serie D, dopo aver giocato 201 partite in A con 6 gol, 72 e 3 reti in B, 184 e 6 gol in C1, 29 ed 1 in C2, 30 e 3 in D, 46 sfide di Coppa Italia e 10 gare di Coppa UEFA.
Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, intraprese l'attività di dirigente nei quadri proprio del Pisa, che, però, coincise purtroppo con l'inizio del suo calvario. Signorini si scoprì affetto dalla SLA, scleriosi amiotrofica multipla, o meglio conosciuta come morbo di Lou Gerhig. Una malattia che praticamente immobilizza lentamente e sempre più gravemente i muscoli del corpo. Gianluca avrebbe voluto reagire come aveva sempre fatto sul campo, da capitano con la grinta, alla sua maniera insomma. Ma il male avanzò impetuoso, senza scrupoli ed il libero non trovò altra soluzione che stringersi alla moglie Antonella ed ai suoi quattro figli, Alessio, Benedetta, Andrea e Giulia. "Signorini fa piangere il pallone", titolò un giorno La Reppubblica, rivelando al mondo del calcio, e non solo, il suo male e il 24 maggio del 2001 il Genoa organizzò una grande ed emozionante serata in suo onore. Lo accompagnò a Marassi l'intera famiglia, lo stadio era stracolmo come in una partita di campionato. Signorini non riuscì a trattenere le lacrime di fronte a tanto affetto e riconosenza. Il 6 novembre del 2002 il capitano morì, a 42 anni, dopo tante indimenticabili battaglie. Lasciò un vuoto incolmabile come calciatore e soprattutto come uomo. Nel mondo del calcio che spesso esalta, ma che con la stessa facilità dimentica, Gianluca è sempre vivo nel cuore di tutti, capitano di mille battaglie e protagonista di un calcio antico e dal sapore leale. Gianluca Signorini è stato un uomo vero, un capitano coraggioso e un eccellente giocatore. Ha incarnato nel modo migliore i valori dello sport e del Genoa. Ha affrontato la terribile malattia con forza e determinazione esemplari. Ogni iniziativa che lo ricordi merita di essere sostenuta. Il tempo non cancella la sua memoria.
In omaggio alla nazionale iberica, che ha vinto questi Europei di calcio, è doveroso parlare di uno dei piu grandi attaccanti che il calcio abbia mai sfornato, Emilio Butragueno, più noto come "el Buitre", è a tuttoggi il più prolifico bomber della nazionale iberica. Tutti ricordiamo "l'avvoltoio" (questo è il significato del soprannome) con la bianca casacca del Real Madrid, artefice dei successi dei merengues nella Liga prima ed in Europa poi. La sua carriera è legata in maniera totale al club di Madrid: nato nel 1963 (naturalmente a Madrid, il 22 luglio), debutta nel Real Madrid B (terza divisione) guadagnandosi subito l'appellativo di "el Buitre" (l'avvoltoio) per la sua rapacità nell'area di rigore: una capacità di opportunismo, un senso del gol, un fiuto della porta, che accompagnarono poi tutta la sua carriera. Nella stagione 1983/84 approda in prestito al Castilla (squadra satellite del Real), dove, insieme ad altri futuri talenti del Real (come Michel, Martin Vazquez e Manuel Sanchis), vince il campionato di serie B. Nel 1984 arriva anche la prima convocazione nella nazionale under 21 (15 novembre, contro l'Olanda) realizzando la rete che darà la vittoria alla Spagna. Sempre lo stesso anno, esordisce in prima squadra, contro il Cadice: l'avventura nella Liga è iniziata e Butragueno saprà lasciare un'impronta indelebile. Partecipa anche ai campionati europei (sempre nell'84), ma non entra mai in campo: l'esordio nella nazionale maggiore è contro il Galles (17 ottobre), quando segna anche una rete nella vittoria per 3-0 contro il Galles. Il Real viene da anni di vacche magre: sono lontani i fasti degli anni '60, quando faceva incetta di trofei europei oltre che spagnoli. L'arrivo di Butragueno e degli altri giovani talentuosi, coincide col ritorno alla vittoria in coppa: nel 1985 le Merengues conquistano la Coppa Uefa (4 gols in 11 partite per il Buitre), concedendo il bis l'anno seguente. In nazionale Butragueno è molto prolifico: tre gols nelle prime tre partite da titolare. L'apice lo raggiunge durante i mondiali del 1986: la Spagna affronta la Danimarca di Laudrup, Jesper e Olsen e gli iberici vanno subito sotto di una rete. Al 43' del primo tempo, sfruttando il suo istinto opportunistico, el Buitre approfitta di un retropassaggio errato per realizzare il gol del pareggio. Nella ripresa Butragueno dilaga, realizzando altre 3 reti: una di testa, poi in azione solitaria ed, infine, su rigore. Butragueno segnò 5 reti in quei mondiali, terminando secondo nella classifica marcatori. In seguito partecipò agli europei del 1988 ed ai mondiali del 1990 in Italia. La carriera con la nazionale termina nel 1992, contro l'Eire (18 novembre 1990) ed è un addio duro per le furie rosse: Butragueno resta il miglior marcatore della storia della nazionale spagnola, capace di segnare per ben due volte 4 reti in una sola partita (oltre che alla Danimarca nel 1986, riuscì nell'impresa anche contro l'Albania nel 1990), incarnazione dell'attaccante di razza, che univa immense doti tecniche ad un fiuto per il gol davvero raro, tipico solo dei più grandi fuoriclasse. Nella carriera col club, invece, vanta la bellezza di 6 titoli della Liga, un titolo di miglior cannoniere, per non contare i successi europei ed internazionali. Chiuse la carriera con il club nel 1995, partecipando alle segnature nel match contro la Roma (4-0 per gli spagnoli). Nell'immaginario collettivo Butragueno rimane uno degli attaccanti più ammirati e (nel caso di tifosi di squadre avversarie) più temuti. Era quasi impossibile che sbagliasse un tiro in porta una volta dentro l'area di rigore, come era impossibile che perdonasse gli eventuali errori dei difensori, comportandosi proprio come un avvoltoio, d'altronde è o no "el Buitre"? Inizio modulo
Il cigno olandese , nasce il 31 ottobre 1964 a Utrecht, Paesi Bassi. Tra il 1970 e il 1981 cresce calcisticamente nelle squadre olandesi di Edo, UVV e Elinkwijk. L'AFC Ajax è la prima grande squadra in cui Van Basten mette a disposizione il proprio talento. Esordisce a soli 17 anni nel campionato 1981-1982. Il suo esordio sembra un simbolico passaggio di testimone: parte dalla panchina ed entra per sostituire Johan Cruyff, campionissimo dell'Ajax e simbolo della grande Olanda calcistica degli anni '70. E' proprio Cruyff ad indicare Marco Van Basten come suo naturale sostituto: Van Basten si presenta al suo debutto nel migliore dei modi, con un gol.
Nel campionato 1982-1983 con la maglia dei lancieri, inizia a giocare con una certa regolarità e totalizzando 9 reti su 20 presenze. Ma nel campionato 83/84 è devanstante, in 26 presenze mette a segno ben 28 goal ed ha solo 19 anni.
Le tre stagioni successive saranno indimenticabili. Nel 1985-1986 diventa scarpa d'oro. Nel 1986-1987 l'Ajax partecipa alla Coppa delle Coppe e vince in finale grazie ad un gol di testa di Van Basten, che poi conquisterà anche il premio "Bravo 1987" come miglior giocatore delle coppe europee. In questi anni totalizza 133 presenze e 128 gol, è Miglior Marcatore nella Maggiore Divisione Olandese 4 volte consecutive (dal 1984 al 1987), vince 3 volte il Campionato di Prima Divisione d'Olanda (1982, 1983, 1985) e 3 Coppe d'Olanda (1983, 1986, 1987). E' il 1987 quando Van Basten, già notato da diverse squadre europee, viene acquistato dal Milan che lo soffia all'ultimo momento alla Fiorentina.
Alto 188 centimetri per 80 chilogrammi, noto per la sua classe e la sua eleganza con cui, rapidissimo, sembra danzare nell'area avversaria, nel 1987 approda a Milano per indossare la maglia rossonera, che gli regalerà tante soddisfazioni. Sono gli anni in cui il presidente Silvio Berlusconi, grazie al prezioso lavoro del tecnico Arrigo Sacchi e all'apporto di numerosi talenti (tra cui i connazionali Gullit e Rijkaard) porta l'undici milanese sul tetto d'Europa e del mondo.
Marco Van Basten viene subito accolto con grande affetto dai tifosi: questi vengono immediatamente ripagati da 5 suoi gol in 4 partite di Coppa Italia. Presto però iniziano i problemi: Marco ha un dolore alla caviglia e deve subire un'operazione. Salta così sei mesi di campionato.
Torna in panchina nella primavera del mese di aprile 1988 per Milan-Empoli. La partita non riesce a sbloccarsi e la rincorsa del Milan sul Napoli di Maradona, in testa alla classifica, sembra arrestarsi. Tra i i giocatori che entrano in campo nel secondo tempo vi è anche il numero 16, Marco Van Basten. Dopo solo 15 minuti porta in vantaggio il Milan. Da qui riparte la sua carriera: è il giorno 1 maggio 1988 quando allo stadio San Paolo di Napoli, Van Basten realizza la terza rete dei rossoneri, che vincono così partita e scudetto.
Con il Milan vincerà tutto: 4 campionati (1988, 1992, 1993, 1994), 3 Coppe dei Campioni (1988, 1989, 1994), 4 Supercoppe Italiane (1988, 1992, 1993, 1994), 3 Supercoppe Europee (1989, 1990, 1994), 2 Coppe Intercontinentali (1989, 1990), realizzando 90 reti in 147 presenze. A livello personale: 2 volte Miglior Marcatore della Serie A italiana (1990, 1992), 3 volte Migliore Giocatore Europeo (1989, 1990, 1992), Migliore Giocatore del Mondo nel 1988, Miglior Marcatore e Migliore Giocatore del Campionato Europeo con 5 gol, nel 1988.
La carriera con la Nazionale Olandese è invece costellata da numerose delusioni. L'unico titolo importante conquistato è il campionato Europeo del 1988. E' da ricordare lo strepitoso gol, una girata al volo, vera prodezza balistica da cineteca, che segna in finale contro l'URSS.
Marco Van Basten, fermo dal 1993 a causa di un infortunio alla caviglia, termina a soli 31 anni la carriera di calciatore, con la sua ultima apparizione nella finale di Coppa dei Campioni disputata dal Milan a Monaco di Baviera contro l'Olimpique Marsiglia...
Nessuno come lui potra mai incarnare lo spirito Ferrari….ne Lauda..ne Berger..nemmeno il Kaiser Schumy….per tutti quelli che amano la rossa…il numero UNO rimarrà sempre Gilles Villeneuve…con il suo sorriso sempre stampato in faccia…non faceva mai un dramma per qualche sconfitta o per qualche ( tanto per dire qualche) incidente…era sempre pronto a sdrammatizzare tutto…lui viveva le corse come un gioco…un gioco che purtroppo lo ha portata ad una terribile morte…ma lo ha fatto entrare di diritto nelle leggenda delle sport…. Primo di due figli maschi, Gilles Villeneuve nasce il 18 gennaio 1950 a Chambly, vicino Montreal, Canada. Purtoppo inizialmente il destino del piccolo Gilles sembra segnato. Infatti essendo nato in Canada paese in cui la neve la fa da padrona l'unica possibilità è quella dello sci, ma da subito si capisce che nelle vene del piccolo canadese non scorre sangue ma bensì benzina, anzi per essere più precisi nel suo dna compare una parolina magica "velocità". Da grande, abbandonata la possibilità di diventare un campione dello sci, inizia a frequentare le corse; il suo diploma in meccanica lo aiuta un pò a lavorare in una officina, ma i soldi non sono abbastanza per realizzare quello che ha in mente lui. A dimostrazione di quanto amasse la velocità, effettua le prime corse con delle motoslitt:, qui inizia a farsi strada quel cognome, che dal 1977 in poi sino al 1982 farà innamorare milioni e milioni di persone della Formula 1. Gilles Villeneuve arriva alla Ferrari a sostituire un personaggio di spessore, Niki Lauda, che ha rotto malamente con l'ingegner Ferrari. Molti non scommetteranno un soldo sul canadese, anche perchè inizialmente sono più gli incidenti procurati che i giri effettuati. Al suo fianco correrà un volpone delle piste, tale Carlos Reuteman, pilota argentino dalle grandi ambizioni. Le prime apparizioni avvengono nel tracciato di Fiorano: l'approccio non è dei migliori. La pista è difficile e piena di segreti, la vettura è la T2, scorbutica per uno nuovo, ma non per il compagno Reuteman che possiede il record della pista 1'10"13. Gilles ci da dentro, ma quello che riesce ad ottenere è solo un magro 1'14"38, a ben 4"25 dal record. Ma tutto è solo rimandato. Il 7 febbraio 1978 il canadese batte per ben cinque volte il record della pista, si ferma con il tempo di 1'9"53. La coppia Reuteman-Villeneuve non è certo delle migliori: sono due campioni dal carattere completamente differente, ma si verrà a creare un amicizia duratura nel tempo. Il 1977 è un anno travagliato per il canadese: non sono poche le critiche che si tira addosso, viene accusato di essere un pazzo, spericolato, che rischia di mettere a repentaglio la vita dei piloti oltre che la sua. All'inizio del 1978 si spera che possa essere un anno diverso: Gilles Villeneuve ha più esperienza, da lui ora ci si attende un pò più di continuità, gli si chiede soprattutto di essere più concreto. Ma lui è Villeneuve. Proprio in casa sua, nel GP del Canada, arriva la prima vittoria: il paese è in tripudio, la Ferrari ha un nuovo idolo. La stagione si conclude con una vittoria e un terzo posto, i ritiri sono sono 5: il pilota viene criticato come anche la squadra che viene accusata di dare troppa fiducia ad un pilota che bada troppo allo spettacolo e poco al risultato. Il 1979 è l'anno del mondiale: a vincerlo è Jodi Schekter, compagno di Villeneuve. Il contributo del canadese è importantissimo: a Monza il patto di non belliggeranza tra i due compagni è rispettato. Villeneuve scorta il sudafricano al traguardo, doppietta e mondiale. Il canadese tuttavia dimostra una netta superiorità rispetto a Schekter. E' molto più veloce e, cosa non secondaria, ha più carisma. Alla fine del campionato per lui si contano tre trionfi (Sud Africa, Long Beach, Watkins Glen), una pole-position (Long Beach) e 6 giri veloci. La carriera di Gilles Villeneuve in Formula 1 fu semplicmente spettacolare. Grande grinta, sempre al limite: così si potrebbe riassumere il suo stile di guida. Questo stile gli valse la grande ammirazione del publico. Spesso protagonista di terribili incidenti, Gilles non ebbe mai paura di giocare con la morte. Circuito di Zolder, Gran Premio del Belgio. Correva il giorno 8 maggio 1982. Villeneuve riporta delle gravissime ferite nel corso delle prove ufficiali: la sua monoposto urta a 260 km/h la ruota posteriore della March di Joachen Mass (Germania Est) e si impenna. Durante la lunga carambola di oltre 200 metri il corpo di Villeneuve viene proiettato fuori dell'abitacolo finendo addosso a uno dei paletti che sostengono la rete di protezione. I primi soccorsi vengono portati proprio da Mass e dagli altri piloti che stanno terminando le prove. Tutti comprendono subito la gravità dell'incidente, e René Arnoux torna ai box in lacrime. Dall'ospedale della vicina Louvain arriva il responso: fratture alle vertebre cervicali, lesioni irreversibili.
Enzo Ferrari lo ha ricordato così: "Gilles con la sua generosità, con il suo ardimento, con la sua capacità distruttiva che aveva nel pilotare le macchine macinando semiassi, cambi di velocità, frizioni, freni, ci insegnava cosa bisognava fare affinchè un pilota potesse difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità. E' stato un campione di combattività ed ha regalato tanta notorietà alla Ferrari. Io gli volevo bene."
Il più forte attaccante degli anni 90 insieme a Van Basten che abbia giocato in Italia…
Velocità..tecnica…fantasia…era un attaccante completo, in grado di fare reparto da solo, ma noi tifosi del Napoli abbiamo avuto la fortuna di vederlo giocare con il vero ed unico fenomeno del calcio mondiale Diego Armando Maradona che insieme a Bruno Giordano formarono a Napoli la “MA.GI.CA” che in questo periodo è stata paragonata al “KA.PA.RO” di stampo milanista, ma nessuno potra mai accostarsi alla forza dirompende di quel trio di giocatori che fecero sognare ad occhi aperti i tifosi partenopei
Il suo vero nome è Antonio de Oliveira Filho. Careca è un soprannome attribuito in riferimento ad un celebre clown che ispirò la zia e la madre del campione nella scelta del nomignolo. Inizia a farsi notare nel São Paulo dove in 67 presenze mise a segno ben 54 goal,era tra i convocati per il mondiale spagnolo ( la sua presenza avvrebbe fatto sicuramente comodo alla Nazionele Brasiliana, che fortissima in tutti i reparti aveva la sua pecca proprio nel centravanti) ma la sorte inizialmente non gli è particolarmente benevola; Careca perse la sua prima occasione di mettersi in mostra a livello mondiale a causa di un infortunio che lo escluse dai mondiali del 1982 e dovette aspettare quattro anni per essere uno dei protagonisti del mondiale messicano dell'86. Fu durante quei mondiali che il duo Moggi-Marino, misero gli occhi su quel funambolico calciatore, spalla ideale per Maradona e un anno dopo passo dal Sao Paulo al Napoli per poco più di due milioni di dollari (cifra ridicola, visto il valore del calciatore e visti i tanti milioni di dollari sborsati anche dalla Roma per acquistare Renato), trasferimento già annunciato nel gennaio dello stesso anno dal quotidiano Il Mattino di Napoli. Il Napoli ha appena vinto il suo primo scudetto, guidato da Diego Maradona, ed è chiamato adesso a difendere il titolo e a disputare la Coppa dei Campioni. Purtroppo, il primo anno di Careca a Napoli non è un anno felice per la squadra azzurra, visto che il Napoli viene subito eliminato dalla Coppa dei Campioni per opera del Real Madrid e perde lo scudetto nelle ultime giornate, nonostante i 13 gol di Careca. Nel 1989 Careca è tra i protagonisti della vittoria in Coppa Uefa: sono decisivi i suoi gol al Bayern Monaco e allo Stoccarda. Memorabile il suo pallonetto con cui il Napoli segna il gol del 3-1 a Stoccarda. E pensare che Careca era sceso in campo con 39 di febbre! Anche in campionato, la sua intesa con Maradona è perfetta, e vedere il Napoli giocare è puro spettacolo. Realizza ben 19 reti, tra cui la storica tripletta a Torino contro la Juventus in Juventus-Napoli 3-5. Il Napoli arriva secondo in campionato, alle spalle di una fortissima Inter. Nel 1990 Careca finalmente riesce a ottenere il titolo di campione d'Italia: è il secondo scudetto del Napoli, un titolo sofferto fino all'ultima domenica. La coppia d'attacco Maradona-Careca è straordinaria. A Napoli è sempre spettacolo: il Napoli vince 16 delle 17 partite in casa, con un solo pareggio contro la Sampdoria. Al San Paolo cadono tutte le grandi: il Milan, la Juventus, l'Inter, la Roma, sono tutte sconfitte dallo straordinario attacco napoletano. Da ricordare il suo gol alla Roma quasi dalla linea di fondo, e quello a Bologna alla penultima giornata che ha spianato la strada per lo scudetto. La stagione successiva, il 1990/91, è la stagione della squalifica di Maradona, e l'inizio del declino del Napoli dei trionfi. Gli azzurri, dopo aver vinto la Supercoppa Italiana in Napoli-Juventus 5-1 (con due gol di Careca), disputano un campionato modesto e la squalifica di Diego segna la fine di un'epoca. Il Napoli infatti non riuscirà neanche a qualificarsi per le coppe europee. Careca rimane per altre due stagioni nel Napoli, guidando la squadra con Gianfranco Zola a un ottimo quarto posto nel campionato 1991/92. L'anno successivo invece, nonostante l'ottima intesa con Daniel Fonseca, il Napoli e Careca non disputano un buon torneo e dopo l'eliminazione in coppa UEFA contro il Paris St. Germain, il Napoli chiude il campionato nella parte bassa della classifica. Dopo uno scudetto, una coppa Uefa, una supercoppa Italiana, e 96 gol al fianco di Maradona prima e poi di Gianfranco Zola e Daniel Fonseca (che lo collocano al 5 posto tra i cannonieri di sempre del calcio Napoli), anche l’ultimo pezzo della MA.GI.CA. lasciò gli azzurri al termine della stagione 1992/'93 per andare a chiudere la propria carriera nel campionato giapponese prima di chiudere definitivamente col calcio giocato e tornare in Brasile. Ma il suo legame con Napoli fu cosi forte che decise di giocare la sua ultima partita non in Brasile dove era giusto che si svolgesse, ma a Napoli ,alla quale presenziarono molti grandi campioni del Napoli eccetto che all'epoca lontano da Napoli per problemi personali. Attualmente vive a Campinas dove ha allestito una squadra giovanile e lavora come talent scout. Vanta sessanta presenze e ventinove goal segnati nella nazionale brasiliana. MAMMA E’ COME ERA FORTE
Questa volta parlo del mio mito della Formula 1, l'unico in grado di farmi gioire per una sua vittoria anche se non ha mai guidato la Ferrari, è questo era un suo grande pregio, accomunare tifosi di squadre rivali, felici solo nel vedere quel casco giallo davanti a tutti...in poche parole... IL PIU' GRANDE DI TUTTI ...nessuno mai potra mai scalzarlo dal gradino piu alto del podio…nemmeno il grande Schumacher dall’altro dei suoi 7 mondiali vinti…potrà mai far dimenticare Ayrton Senna Da Silva… Per lui l’automobilismo era fatto si di enormi sacrifici… ma anche di divertimento puro, divertimento per se stesso quando vinceva e divertimento per noi appassionati di Formula Uno e tifosi della Ferrari Era bello vederlo duellare, in pura competizione sportiva, con i vari Mansell, Prost, Patrese etc, cosa che nella Formula 1 odierna non esiste piu…ormai i sorpassi avvengono soltanto ed esclusivamente ai box…per lui invece ogni occasione era buona per tentare un sorpasso, anche in punti dove sorpassare era praticamente impossibile
Ayrton Senna Da Silva nasce il 21 marzo 1960 La sua famiglia gode di uno stile di vita superiore alla media delle famiglie brasiliane e Ayrton ricorderà sempre l'importanza della tranquillità, anche economica, e dell'affetto ricevuto per la sua crescita e la sua maturazione umana e sportiva. Sarà sempre molto legato ai genitori, al fratello Leonardo e alla sorella Viviane. Il padre, nella sua officina meccanica, gli costruisce un piccolo go-kart e Ayrton inizia a guidare già all'età di quattro anni. La sua più grande passione per tutto il periodo della giovinezza diventano proprio i go-kart; impara sia l'arte del meccanico che quella del pilota: molte sue vittorie adolescenziali sono dovute alla profonda conoscenza del suo kart.
Ayrton fa il suo debutto in una gara ufficiale nel 1973 sulla pista di Interlagos: vittoria nella prima corsa. Corre con un casco giallo dipinto da Sid Mosca, inizialmente con una striscia verde alla quale poi aggiunge una banda blu, i colori della bandiera brasiliana, simbolo del suo paese e della sua gente.
Ayrton Senna rimane nella storia perchè segnò profondamente il modo di correre in kart, e la sua tecnica è tuttoggi adottata universalmente: da sempre i piloti, nei lunghi rettilinei, bloccano il condotto del carburatore con la mano destra per arricchire la miscela e lubrificare meglio il cilindro con più benzina, poi mettono di nuovo entrambe le mani sul volante per affrontare le curve. Ayrton invece era in grado di farlo anche in curva, sfruttandone i vantaggi in uscita.
Dopo anni passati a correre nelle formule minori e dimostrare il suo enorme valore, il passo successivo fu l’approdo in Formula 1. Ayrton Senna era il quattordicesimo pilota brasiliano a entrare a far parte del prestigioso mondo della F1. Questo lo caricava di enormi responsabilità, il Brasile aveva già avuto due campioni del mondo, Piquet e Fittipaldi, e lui stesso si era costruito la fama di vincente ovunque. E' il 1984 e la sua macchina è una Toleman; è un anno di importanti esperienze e di qualche significativa soddisfazione: basti ricordare la splendida gara a Montecarlo sotto la pioggia dove arrivò addirittura a sfiorare la vittoria che, sarebbe senz'altro giunta se l'allora direttore di gara Jacky Ickx, non avesse interrotto la corsa proprio mentre Senna era nel mirino della McLaren di Prost. In quell'anno concluse il mondiale in nona posizione. L'anno successivo Senna passa alla Lotus-Renault, vettura senz'altro competitiva, ma non ancora a livello delle migliori, tuttavia in quell'anno arrivano le prime due vittorie nel mondiale, la prima sotto l'acqua dell'Estoril in Portogallo, la seconda a Spa in Belgio. Senna rimane alla Lotus fino al 1987 vincendo altre quattro gare (Spagna, Monaco e due volte negli USA) e classificandosi quarto nel nei mondiali 1985, 1986 e terzo nel 1987. Nel 1988 passa alla McLaren: Senna coglie 8 vittorie e il suo primo titolo mondiale in F1. Il 1989 è l'anno della grande battaglia con Alain Prost che sfocerà nell'incidente provocato dal pilota francese a Suzuka e che costerà ad Ayrton il titolo mondiale, tolto a tavolino per squalifica. Ayrton si rifà l'anno seguente: sempre a Suzuka avviene un incidente tra la Ferrari di Prost e la McLaren del brasiliano; questa volta il titolo va al brasiliano. Nel 1991 il suo rivale è Nigel Mansell ma è Ayrton Senna che a fine campionato scriverà per la terza volta il suo nome nell'albo d'oro. Nel biennio 1992-1993 la McLaren è molto inferiore alla Williams e per Senna non ci sarà possibilità di vincere il mondiale. Il 1994 segna il passaggio di Ayrton alla Williams: Senna dispone di una monoposto superiore alla concorrenza, ma lo stesso pilota alle prime prove smentisce e sorprende tutti avvertendo di incontrare difficoltà nella gestione della nuova vettura; la scuderia rivale in quell'anno è la Benetton, rappresentata dal giovane talento tedesco Michael Schumacher, che alla fine della stagione sarà campione. Alle prime tre gare Senna conquista la Pole Position, quasi a ribadire una superiorità indiscussa in qualifica, ma alla prima gara in Brasile finisce in testacoda; nella seconda ad Aida in Adelaide si ritira per un incidente alla partenza.
La terza gara si corre ad Imola, nel GP di San Marino: tutto l'ambiente è già fortemente scosso dalla morte del pilota Roland Ratzenberger avvenuta il giorno precedente durante le prove. Al settimo giro, per la probabile rottura del piantone dello sterzo, Ayrton Senna esce di pista alla curva del Tamburello: lo schianto della sua Williams contro il muretto a 300 chilometri orari è terribile. Il campione brasiliano viene subito soccorso e portato al vicino ospedale di Bologna in elicottero. Nonostante lo sforzo dei medici nel tentativo di salvarlo, Senna muore alle 18:30 per le gravi contusioni riportate alla nuca. E' il 1 maggio 1994. E' il triste giorno in cui il grande campione, all'età di 34 anni, scompare tragicamente entrando di fatto come un mito e - per il suo talento, la sua serietà e la sua umanità - una leggenda, nella storia dello sport mondiale.
Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita.»
Calciatore-artista. Beatle italiano. Esteta. Bohemien. Ye-ye. Impossibile imbrigliare Gigi Meroni in unica definizione. Impossibile portare dentro schemi precisi un personaggio così multiforme, per molti eroe omerico moderno di fama e destino controversi, che affascina e sbigottisce. Mai ci erano riusciti, durante il suo breve arco di vita, in campo e fuori, allenatori, compagni e critica. Solo una riduzione possibile: inquadrarlo in un periodo storico e farne interprete, seppur originalissimo.
È questo Luigi Meroni, nato a Como il 24 febbraio del 1943, un ribelle atipico pure di natali, non il ghetto a far da scenario ma la tranquilla città di provincia. Qui, con poca voglia della scuola, cresce a pane e pallone nei campetti degli oratori, con muretti di pietra a delimitare il campo e farsi complici di furbesche e precise triangolazioni dei più estrosi, solitamente ‘innamorati’ a tal punto della palla da preferire il duetto sicuro col muro, improbabile amante, a quello pericoloso del compagno a cui gelosamente si nega il passaggio: leggenda vuole abbia origine in questo posto il suo modo anarchico di aleggiare sulle fasce del campo. Il ragazzo mingherlino inizia a farsi notare nelle giovanili del Como, arriva la chiamata dell’Inter ma la madre è irremovibile: troppa apprensione le avrebbero causato i viaggi settimanali per Milano, solo in treno, del figlio ( per fortuna, altrimenti un altro fenomeno del calcio sarebbe rimasto solo una promessa). Quindi il giovane Luigino inizia a lavorare come disegnatore di tessuti e cravatte: quel suo particolare modo di vestire degli anni successivi, per molti scandaloso, per altri bizzarro, per lui solo suo, troverà spunto in competenze e idee di questi tempi. All’età di 18 anni esordisce in serie B con la maglia dei lariani e dopo appena un anno passa al Genoa in serie A, e automaticamente cresce la sua abilità con il pallone tra i piedi e anche la sua valutazione economica e anche il suo modo di fare e di porsi, infatti non c’è atteggiamento del ragazzo che non faccia discutere Dopo appena due anni nelle file dei Grifoni passa al Torino per una cifrà all’epoca mai pagata per un ventenne…. Quando Meroni giunge a Torino si porta già dietro le etichette scomode di capellone, beatle italiano; molti sono gli scettici sul rapporto che questi potrà avere con il Paròn Nereo Rocco, sempre molto duro nei confronti dei piu giovani…ma Gigi si allena duramente, rispetta le regole imposte dall’allenatore, ma cmq è impossibile includerlo nelle regole fuori dal campo…infatti la leggenda vuole che si si batti per l’assegnazione del numero di maglia che a quei tempi corrispondeva ad un ruolo, lui voleva fortemente la n° 7, quello che permette a Meroni di cercare la sua libertà sulle fasce del campo, di ‘giocare a un altro gioco’ fatto di giocate spettacolari e dribbling funanbolici, più spettacolo che risultato, più bello che utile: esteta del calcio non a caso. Col Torino gioca la sua più bella partita; dà vita a un duello epico con un avversario, Facchetti, che accetta di giocare a quel suo gioco altro e segna all’Inter un gol memorabile: dal quel giorno la farfalla non smette più di volare negli occhi sognanti dei tifosi della curva Maratona. E quando il patron della Juventus, cerca di strapparlo al Torino per la enorme cifra di mezzo miliardo, i tifosi scendono in piazza scatenando una vera e propria rivolta… Il suo rapporto con l’azzurro è difficile, ai mondiali gioca poco, non prende parte alla disfatta contro la Corea, eppure al ritorno in patria diviene il bersaglio preferito della critica. Gigi Meroni e George Best. Parallelo affascinante, non sempre possibile. Entrambi numero 7, talenti cristallini, pettinatura beatle e un rapporto particolare con il denaro: “Ho speso un sacco di soldi per alcol, donne e macchine veloci... Tutti gli altri li ho sperperati” (Best); “I soldi? Preferisco spenderli, sa com è, farli girare” (Meroni). Ma un modo diverso di esprimere genio e sregolatezza fuori dal rettangolo di gioco. Best, nordirlandese di nascita, pallone d’oro del Manchester e quinto beatle del Regno Unito, mezza vita annegata in fiumi di alcol. Meroni, il beatle italiano, una breve vita normale, resa irregolare dall’aver sfidato convenzioni e critica sportva nazionale, perbenista e conservatrice. Disegna i suoi abiti bizzarri, la capigliatura beatle è non convenzionale, la barba spesso incolta anche. I calzettoni in campo sono abbassati, come gli idoli Sivori e Corso. Muore tragicamente il 15 ottobre 1967, una domenica in cui il Toro si impone per 4 a 2 sulla Sampdoria. Lui insieme al suo compagno di squadra Fabrizio Poletti attraversa Corso Re Umberto, dove si è appena trasferito dalla "mansarda di Piazza Vittorio", per andare a prendere un gelato. E' travolto dall'auto di un diciannovenne appena patentato. Ironia della sorte l'investitore, Attilio Romero, è forse uno suoi più grandi tifosi e futuro presidente del Torino. Muore la sera stessa per i gravi traumi riportati assistito dalla sua ragazza Cristiana, dai familiari e dai suoi amici. Ai funerali partecipano migliaia di persone per colui che fu il giocatore più amato e nello stesso tempo odiato d'Italia. Nel punto in cui fu investito i tifosi di Gigi ancora oggi portano fiori in sua memoria. La domenica successiva alla sua morte si gioca il derby con la Juventus che il Torino vince per quattro reti a zero (cosa che non è più successa). Tre goal sono messi a segno dal suo grande amico Combin che malgrado i 39 gradi di febbre scende in campo ugualmente, il quarto goal è segnato dalla maglia numero 7, indossata quella domenica da Carelli. La farfalla non smetterà mai di volare
Dopo aver parlato nel numero scorso del Divin Codino…oggi parliamo di un altro calciatore che con le sue magie deliziava gli spettatori di quello che una volta, primo di tutti gli interessi che ci sono oggi, era uno sport meraviglioso…. L’unico calciatore che è riuscito a portare con dignità la maglia n° 10 del Napoli dopo che LUI era andato via….anzi in una delle partite disputate da Maradona con il Napoli, cedette a Zola la n° 10 designandolo cosi suo erede…
Fu notato in Sardegna ,da quel marpione di Pierpaolo Marino, nei campi di C2 , quando vestiva la maglia della Torres, e da vecchio uomo di calcio, capi che quel piccolo ragazzo era adatto a vestire la maglia del Napoli, infatti dopo tre anni passati nella Torres approda nel 1989 alla corte di Diego Armando Maradona. Zola rimase letteralmente innamorato di Diego, che leggende raccontano, che a fine allenamento rimaneva sul campo a vedere Diego mentre provava i calci piazzati….cercando di carpire i segreti di quelle parabole cosi perfette… Quello stesso anno il Napoli vince il campionato italiano, dove il giocatore sardo gioca alcune partite decisive, segnando due goal. Nonostante il pericolo di rimanere offuscato dalla personalità del fuoriclasse argentino, Gianfranco ha il merito di emergere e farsi notare, rivelandosi in campo, rapido, coraggioso e pieno di iniziativa, tanto che lo stesso Maradona, prima di lasciare il Napoli gli consegna la maglia numero 10, affinché Zola sia il suo legittimo erede. L'esperienza napoletana è fondamentale: lì gioca al fianco di fuoriclasse come Careca, Fonseca, Ferrara ed Alemao. Diventato famoso e temutissimo dai suoi avversari, anche per i calci di punizione, che spesso mandano la palla in rete da una posizione apparentemente impossibile, Gianfranco durante le quattro stagioni nella squadra partenopea, riesce a segnare 32 goal in 105 partite. Con il Napoli vince anche una Supercoppa Italiana contro la Juventus di Maifredi…ed effettua il suo ingresso nella Nazionale di Arrigo Sacchi, diventandone il titolare. Poi il distacco dal Napoli, che lo vende per motivi di bilancio. Viene ingaggiato dal Parma dei Tanzi…dove in due anni sotto la guida di Nevio Scala,che gli da piena liberta di movimento in campo, diventa la seconda punta piu forte d’Italia, aggiungendo nel suo palmares una Coppa Uefa ed una Coppa Italia, ma con l’arrivo di Stoitchkov e dell’anno successivo di Crespo e Chiesa e di Ancelotti sulla panchina ducale, la sua fantasia viene incatenata e lo mette nelle condizioni di cambiare aria… Passa quindi al Chelsea allenato prima da Ranieri e poi da Gianluca Vialli Dopo aver subito una delle più grandi ingiustizie del mondo calcistico, l'espulsione a pochi minuti dal suo ingresso in campo durante la partita contro la Nigeria ai mondiali del 1994, e dopo l'amarezza lasciatagli dal rigore sbagliato agli europei del '96 contro la Germania, ancora tante soddisfazioni attendono Gianfranco nel Chelsea. Con la squadra britannica infatti, il calciatore disputa due ottimi campionati, vincendo la Coppa d'Inghilterra, la Coppa di Lega Inglese e la Coppa delle Coppe. Se ancora ce ne fosse bisogno, Gianfranco dimostra nuovamente di essere un grande campione, segnando il goal dell'incontro dell'Italia contro l'Inghilterra il 12 febbraio 1997 a Wembley, occasione in cui viene proclamato "Uomo del Match". Amato profondamente dal pubblico del Chelsea anche per il suo carattere mite e cortese, Gianfranco militerà nei Blues fino al 2003. E’ stato eletto Miglior Giocatore dell'Anno in Inghilterra nel 1997, Gianfranco Zola, uno degli ultimi fantasisti in circolazione, afferma ancora una volta le proprie doti calcistiche di grande campione. Il Cagliari non volle comprarlo nel lontano 1989, ritenendolo troppo gracile; dopo aver pianto per anni una scelta così scellerata, il presidente Cellino è riuscito ora a portarlo nella squadra più amata dal fantasista di Oliena e che ha come unico e imperativo obbiettivo la Serie A. Ecco il commento del suo ormai ex-presidente al Chelsea, Ken Bates: "È stato senza dubbio uno dei giocatori più grandi che il Chelsea abbia mai avuto - ha detto Bates - Una gioia da vedere sul campo, una grande personalità e influenza fuori, anche per la sua grande attenzione ai tifosi più piccoli. Non possiamo far altro che ringraziarlo e augurare a lui e alla sua famiglia la migliore fortuna, con l'auspicio di vederlo al più presto allo Stamford Bridge con il suo Cagliari". Il Piccolo Sardo è stato amato in tutte le squadre dove ha militato ed ha lasciato un ottimo ricordo in tutti i suoi tifosi…ed il sogno sarebbe stato per me..tifoso napoletano…vederlo indossare ancora una volta la mitica 10 del Napoli…. il sito www.myspace.com/zolagianfranco
Si dice che per essere riconosciuti, bisogna mostrarsi, apparire, farsi vedere, invece lui no…dopo che ha appeso gli scarpini al chiodo ha preferito ritirarsi nella su Vicenza per vivere come un uomo normale, fare le cose semplici, stare insieme alla sua adorata moglie Andreina e crescere i suoi due bambini Mattia e Valentina, e nonostante il suo fuggire dal mondo del calcio, rimane è rimarra per sempre nel cuore di tutti gli sportivi ed amanti del bel calcio…e ci rimarranno per sempre impresse nella mente le sue giocate strepitose….. E’ stato un giocatore capace di far vincere le partite da solo…basta ricordarsi lo spareggio per la qualificazione in Champions fra l’Inter e la corazzata Parma guidata dai vari Buffon, Cannavaro, Veron, Crespe….be il Divin Codino da solo anniento la squadra di Malesani, portando l’Inter in Champions….è come regalo ebbe il ben servito a fine campionato…ma Baggio non si abbattè…si rimbocco le maniche e ricomincio da Brescia….facendo vedere a tutti che nonostante l’eta passi…la sua classe cristallina rimase intatta…deliziando gli occhi dei tifosi delle Rondinelle di giocate di alta classe…. Uno dei pochi calciatori che mi hanno fatto piacere questo sport, che mi hanno fatto appassionare, che mi hanno fatto divertire, gioire! Con il suo personalissimo stile, con il suo modo di giocare unico, con quel sorriso e con quella pacatezza sempre presenti sul suo viso e nei suoi modi di fare! Con quel codino che cadeva dolcemente sulla sua maglia numero 10! Ricordo i suoi numerosissimi goal, i suoi dribbling e i suoi infiniti colpi di classe….li ricordo molto spesso con grande piacere ma anche con tanta malinconia, anche vedendo questi quattro pseudocalciatori moderni con molti vizi e pochissimo talento che assai poco hanno ereditato da lui! Credo che Roberto Baggio sia il più grande talento del calcio visto in Italia dopo il dopoguerra ed uno dei più grandi giocatori mai esistiti al mondo…e secondo il mio modesto parere può essere collocato nella classifica dei piu grandi solo alle spalle del mitico Maradona…. La sua lunga carriera inizia all’eta di 15 anni nelle file del Vicenza, che allora militava in serie C1, il futuro codino, con i veneti dimostra di essere di un altro pianeta, facendo sfracelli ne campionato primavera, passando nel 1983 in prima squadra…ma la sfortuna per lui è dietro l’angolo, nella stagione successiva, dopo aver guidato il Vicenza in serie B, nella penultima partita di campionato, subisce il primo infortunio (il primo di una lunga serie) che lo terranno lontano dal calcio per molto tempo… Nonostante l’infortunio, la Fiorentina aveva gia messo gli occhi su di lui…e dopo due anni di calvario, debutta in Seria A….ed il suo primo goal in serie A lo metterà a segno proprio contro il Napoli ….con una punizione alla Maradona… Negli anni successi delizierà il palato dei tifosi viola, guidandoli in finale di Coppa Uefa poi persa contro la Juventus... Nel 1990 lascia la Fiorentina per trasferirsi proprio a Torino…sponda bianconera…facendo scoppiare una protesta tra i tifosi…che non perdoneranno mai alla società di aver ceduto il loro gioiello proprio all’odiatissima Juventus Nello stesso anno viene selezionato per l’avventura mondiale…..per le prime due partite viene lasciato in panchina per far spazio ai piu esperti Vialli e Carnevale…ma quando ha la possibilità di mettersi in mostra nella partita contro la Cecoslovacchia…incanta il mondo con uno dei piu bei goal della sua carriera….partendo da metà campo e dribblando mezza squadra… Dopo i mondiali la stella di Baggio brilla nel firmamento del calcio mondiale…e con la maglia bianconera in cinque anni, realizza 78 goal vincendo uno scudetto, una coppa Italia, una coppa Uefa, il Pallone D’Oro (secondo italiano dopo Gianni Rivera) ed il Fifa World Player Nel 1994 l’Italia parte per i mondiali statunitensi con la chiara intenzione di vincerli e Baggio è il nostro uomo di punta…ma l’inizio non è dei piu esaltanti…sconfitta all’esordio dall’ Irlanda, la partita con la Norvegia è di vitale importanza…ma dopo poco l’Italia si ritrova in 10 per l’espulsione di Pagliuca e Sacchi per far entrare Marchegiani…fa uscire proprio Roberto Baggio (ricordate “questo è pazzo”)..cmq l’Italia riesce a vincere e pareggiando con il Messico a superare il turno…ma per Baggio fino ad allora è un Mondiale da dimenticare… Ma contro la Nigeria…la stella del Divin Codino inizia a brillare…e dopo aver sofferto per tutta la partita e sotto di un goal…allo scadere un suo goal ci porta ai supplementari e poi ci regala la vittoria su rigore…ed ancora lui a regalarci la vittoria contro Spagna e Bulgaria…ma purtroppo arriva in finale non al meglio delle condizioni fisiche…ma nonostante riusciamo ad arrivarci a giocare il titolo contro il Brasile ai rigori…ma purtroppo un suo errore…ci neghera la gioia della vittoria… Purtroppo per lui gli anni a venire non saranno dei migliori…passa al Milan dove per vari problemi (altro infortunio al ginocchio) non riesce a ripetersi ai livelli della Juventus….vincendo cmq uno scudetto… e dopo essere passato al Bologna riscoprendosi goleador con 22 goal, passa all’Inter ma prima Simoni, poi Hodgson e alla fine Lippi non lo mettono in condizioni di esprimersi al meglio e quindi decide di passare al Brescia e di nuovo in provincia si riscopre leader portando le rondinelle ad una storica qualificazione all’Intertoto….
Baggio gioca, a 37 anni, per un'ultima volta in Nazionale, grazie alla convocazione-tributo da parte del ct Trapattoni in occasione di una partita amichevole contro la Spagna. La partita, terminata 1 a 1, è ricca di numeri da parte di Roberto; l'affetto degli sportivi italiani è espresso da ovazioni continue ogni qualvolta tocca palla, e da una standing ovation quando viene sostituito negli ultimi minuti da Miccoli. È stato inserito nel FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi divulgata il 4 marzo 2004. QUESTO E’ ROBERTO BAGGIO
Si dice che per essere riconosciuti, bisogna mostrarsi, apparire, farsi vedere, invece lui no…dopo che ha appeso gli scarpini al chiodo ha preferito ritirarsi nella su Vicenza per vivere come un uomo normale, fare le cose semplici, stare insieme alla sua adorata moglie Andreina e crescere i suoi due bambini Mattia e Valentina, e nonostante il suo fuggire dal mondo del calcio, rimane è rimarra per sempre nel cuore di tutti gli sportivi ed amanti del bel calcio…e ci rimarranno per sempre impresse nella mente le sue giocate strepitose….. E’ stato un giocatore capace di far vincere le partite da solo…basta ricordarsi lo spareggio per la qualificazione in Champions fra l’Inter e la corazzata Parma guidata dai vari Buffon, Cannavaro, Veron, Crespe….be il Divin Codino da solo anniento la squadra di Malesani, portando l’Inter in Champions….è come regalo ebbe il ben servito a fine campionato…ma Baggio non si abbattè…si rimbocco le maniche e ricomincio da Brescia….facendo vedere a tutti che nonostante l’eta passi…la sua classe cristallina rimase intatta…deliziando gli occhi dei tifosi delle Rondinelle di giocate di alta classe…. Uno dei pochi calciatori che mi hanno fatto piacere questo sport, che mi hanno fatto appassionare, che mi hanno fatto divertire, gioire! Con il suo personalissimo stile, con il suo modo di giocare unico, con quel sorriso e con quella pacatezza sempre presenti sul suo viso e nei suoi modi di fare! Con quel codino che cadeva dolcemente sulla sua maglia numero 10! Ricordo i suoi numerosissimi goal, i suoi dribbling e i suoi infiniti colpi di classe….li ricordo molto spesso con grande piacere ma anche con tanta malinconia, anche vedendo questi quattro pseudocalciatori moderni con molti vizi e pochissimo talento che assai poco hanno ereditato da lui! Credo che Roberto Baggio sia il più grande talento del calcio visto in Italia dopo il dopoguerra ed uno dei più grandi giocatori mai esistiti al mondo…e secondo il mio modesto parere può essere collocato nella classifica dei piu grandi solo alle spalle del mitico Maradona…. La sua lunga carriera inizia all’eta di 15 anni nelle file del Vicenza, che allora militava in serie C1, il futuro codino, con i veneti dimostra di essere di un altro pianeta, facendo sfracelli ne campionato primavera, passando nel 1983 in prima squadra…ma la sfortuna per lui è dietro l’angolo, nella stagione successiva, dopo aver guidato il Vicenza in serie B, nella penultima partita di campionato, subisce il primo infortunio (il primo di una lunga serie) che lo terranno lontano dal calcio per molto tempo… Nonostante l’infortunio, la Fiorentina aveva gia messo gli occhi su di lui…e dopo due anni di calvario, debutta in Seria A….ed il suo primo goal in serie A lo metterà a segno proprio contro il Napoli ….con una punizione alla Maradona… Negli anni successi delizierà il palato dei tifosi viola, guidandoli in finale di Coppa Uefa poi persa contro la Juventus... Nel 1990 lascia la Fiorentina per trasferirsi proprio a Torino…sponda bianconera…facendo scoppiare una protesta tra i tifosi…che non perdoneranno mai alla società di aver ceduto il loro gioiello proprio all’odiatissima Juventus Nello stesso anno viene selezionato per l’avventura mondiale…..per le prime due partite viene lasciato in panchina per far spazio ai piu esperti Vialli e Carnevale…ma quando ha la possibilità di mettersi in mostra nella partita contro la Cecoslovacchia…incanta il mondo con uno dei piu bei goal della sua carriera….partendo da metà campo e dribblando mezza squadra… Dopo i mondiali la stella di Baggio brilla nel firmamento del calcio mondiale…e con la maglia bianconera in cinque anni, realizza 78 goal vincendo uno scudetto, una coppa Italia, una coppa Uefa, il Pallone D’Oro (secondo italiano dopo Gianni Rivera) ed il Fifa World Player Nel 1994 l’Italia parte per i mondiali statunitensi con la chiara intenzione di vincerli e Baggio è il nostro uomo di punta…ma l’inizio non è dei piu esaltanti…sconfitta all’esordio dall’ Irlanda, la partita con la Norvegia è di vitale importanza…ma dopo poco l’Italia si ritrova in 10 per l’espulsione di Pagliuca e Sacchi per far entrare Marchegiani…fa uscire proprio Roberto Baggio (ricordate “questo è pazzo”)..cmq l’Italia riesce a vincere e pareggiando con il Messico a superare il turno…ma per Baggio fino ad allora è un Mondiale da dimenticare… Ma contro la Nigeria…la stella del Divin Codino inizia a brillare…e dopo aver sofferto per tutta la partita e sotto di un goal…allo scadere un suo goal ci porta ai supplementari e poi ci regala la vittoria su rigore…ed ancora lui a regalarci la vittoria contro Spagna e Bulgaria…ma purtroppo arriva in finale non al meglio delle condizioni fisiche…ma nonostante riusciamo ad arrivarci a giocare il titolo contro il Brasile ai rigori…ma purtroppo un suo errore…ci neghera la gioia della vittoria… Purtroppo per lui gli anni a venire non saranno dei migliori…passa al Milan dove per vari problemi (altro infortunio al ginocchio) non riesce a ripetersi ai livelli della Juventus….vincendo cmq uno scudetto… e dopo essere passato al Bologna riscoprendosi goleador con 22 goal, passa all’Inter ma prima Simoni, poi Hodgson e alla fine Lippi non lo mettono in condizioni di esprimersi al meglio e quindi decide di passare al Brescia e di nuovo in provincia si riscopre leader portando le rondinelle ad una storica qualificazione all’Intertoto….
Baggio gioca, a 37 anni, per un'ultima volta in Nazionale, grazie alla convocazione-tributo da parte del ct Trapattoni in occasione di una partita amichevole contro la Spagna. La partita, terminata 1 a 1, è ricca di numeri da parte di Roberto; l'affetto degli sportivi italiani è espresso da ovazioni continue ogni qualvolta tocca palla, e da una standing ovation quando viene sostituito negli ultimi minuti da Miccoli. È stato inserito nel FIFA 100, la lista dei 125 migliori calciatori viventi divulgata il 4 marzo 2004. QUESTO E’ ROBERTO BAGGIO
Imprevedibile, magico, elusivo ed esplosivo sono solo alcuni dei molti aggettivi assegnati dal popolo brasiliano e dagli amanti del bel calcio all’amato Mané Garrincha, uno dei migliori attaccanti della storia del calcio brasiliano e mondiale. Grazie alla sua leggendaria abilità nel dribbling ed alla sua predisposizione al gol, Garrincha guido la Selecàop ai trionfi nella Coppa del Mondo del 1958 e del 1962. Se Pelé è considerato dai brasiliani come il giocatore tecnicamente più dotato di tutti i tempi, Garrincha verrà sempre ricordato per la sfrontatezza e l’inventiva in poche parole cultore del ns. modo di vedere il calcio.. DIVERTIAMOCI. Audace, combattiva e divertente, la piccola ala destra fece divertire gli spettatori di tutto il mondo.
La vita di Manuel Dos Santos, come fu battezzato dai suoi genitori, non fu sempre delle migliori. La sua infanzia fu una lotta costante, in quanto dovette affrontare ostacoli enormi per perseguire la sua passione per il calcio. Nato con una gamba sei centimetri più corta dell’altra, in una favelas di Rio, i medici dissero al piccolo Manè che non aveva nessuna possibilità di sfondare nel mondo del calcio. Il giovane ignorò il consiglio medico di lasciare il gioco, malgrado la gamba storta a causa dell’operazione di chirurgia correttiva. Il soprannome di ‘Garrincha’ nacque quando suo fratello maggiore (uno dei dodici) lo accostò ad uno degli uccelli più brutti che abitano il Mato Grosso. “Uno storpio dalle gambe storte, tutto pelle e ossa, con la colonna vertebrale storta” così veniva descritto da piccolo. Con una perseveranza quasi sovrumana, il ‘passero’ non si fermò davanti a nulla pur di diventare un calciatore professionista. Nel 1953, dopo essere stato rifiutato da varie squadre per il suo fisico anomalo, il brasiliano venne finalmente ingaggiato dal Botafogo, su raccomandazione di Gentil Cardoso, un difensore che era stato precedentemente umiliato da Garrincha in una partita di allenamento.Nel suo primo incontro da professionista, Garrincha mostrò fin da subito il suo repertorio di finte sulle fasce laterali e fece ammattire i suoi avversari, divertendosi con le sue corse sbilenche e gli incredibili cambi di passo. I tifosi brasiliani, da sempre grandi estimatori della tecnica, finirono ben presto per adorare la miriade di dribbling, finte e tocchi vellutati in grado di far fuori anche il migliore dei difensori. Fu a quel tempo che lo soprannominarono “il Chaplin del calcio” e “l’orgoglio e l’allegria della gente”. Garrincha non ci mise molto per arrivare in nazionale: debuttò il 18 agosto 1955 contro il Cile (1-1). In totale, le sue presenza furono 62 arricchite da 17 goal, di cui 5 realizzate nelle fasi finali dei Mondiali. Cinque anni prima del suo debutto in Prima Divisione vinse la Coppa del Mondo di Svezia 1958, il primo dei cinque titoli mondiali conquistati dal Brasile. Fu allora che entrò a far parte della formidabile squadra che comprendeva Didí, Vavá, Mario Zagallo e l’enfant prodige diciassettenne Pelé, talento che già iniziava a conquistarsi i titoli dei giornali. I verdeoro di Vincente Feola conquistarono altri record: furono la prima squadra a vincere in un altro continente e la prima a portare a termine una competizione senza sconfitte. Per Garrincha il maggior momento di gloria giunse quattro anni dopo, nei Mondiali di Cile 1962. Il manager Aymore Moreira lo responsabilizzò ulteriormente, vista l’assenza di Pelé, vittima di un infortunio, e l’ala destra dal caratteristico passo sbilenco venne nominata miglior giocatore del torneo. La fiducia del manager fu ampiamente ricompensata con un gioco straordinario e quattro gol determinanti, che lo portarono al titolo di capocannoniere alla pari con altri cinque calciatori.”Da che pianeta viene Garrincha?” si leggeva sui giornali di tutto il mondo, dopo l’eliminazione degli ospiti da parte del Brasile in semifinale. Dopo aver vinto il secondo mondiale consecutivo, la fama di Garrincha era alle stelle, sia in casa sia all’estero, tanto che molti lo considerano il secondo miglior giocatore nella storia del calcio brasiliano, dopo Pelé, vincitore di ben quattro edizioni della Coppa del Mondo. L’ultima presenza di Garrincha sulla scena internazionale fu in occasione dei Mondiali di Inghilterra 1966, dove mostrò ancora scintille di genialità. Sfortunantamente la nazionale verdeoro era solo l’ombra della grande squadra che aveva vinto il titolo mondiale quattro anni prima in Cile e venne eliminata al primo turno, dopo le sconfitte contro l’Ungheria e il Portogallo. Garrincha giocò tutte e tre le partite e realizzando il suo ultimo goal internazionale nell’unica vittoria del Brasile, ottenuta contro la Bulgaria. La vita riservò una sorte crudele all’ ‘angelo dalle ali storte’ (come lo chiamò un poeta brasiliano) il quale, pur avendo gestito i suoi problemi fisici, non riuscì a controllare le sue dipendenze ed i suoi vizi. La capacità di Garrincha di sfuggire ai problemi sul campo lo abbandonava di notte, quando, nelle ultime fasi della carriera, l’alcool e i divertimenti avevano la meglio su di lui. Senzatetto e ammalato di cirrosi epatica, il virtuoso morì alla giovane età di 49 anni. I suoi resti vennero esposti nello stadio Maracaná, dove migliaia di tifosi si recarono a rendergli omaggio. La bara venne avvolta nella bandiera del Botafogo e poi venne tumulata. Nel cimitero in cui è sepolto Garrincha si trova un piccolo memoriale che esprime tutto l’amore del Brasile per colui che fu due volte Campione del Mondo. Si legge: “Era un ragazzo dolce / parlava ai passeri”. Un anedoto sulla sua vita, ci racconta che al rientro in patria dopo la vittoria dei mondiali in Svezia, i campioni furono ricevuti dal presidente del Brasile, che domandò a tutti cosa desideravano come premio, mentre tutti i calciatori richiedevano proprietà e soldi, il “passero” quando gli fu domandato cosa voleva avere in regalo, lui semplicemente chiese di liberare l’uccellino che era chiuso in una gabbia….questo era il grande “GARRINCHA”
Il GruppoC ha donato Tv, DvD, Subbuteo, Lampade, Tappeti, giochi da tavolo,etc. alla Sig.ra Annamaria dell'Annunziata, assistente sociale per famiglie disagiate e bambini orfani.
La Posta Di UKETTO
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I^ Divisione Girone B 2008-2009
7^ GIORNATA - 12/10/08
AREZZO
PISTOIESE
3-0
CROTONE
POTENZA
1-0
FOGGIA
GALLIPOLI
1-0
PAGANESE
CAVESE
0-1
PERUGIA
JUVE STABIA
0-0
PESCARA
VIRTUS LANCIANO
0-0
REAL MARCIANISE
FOLIGNO
0-0
SORRENTO
BENEVENTO
1-1
TERNANA
TARANTO
0-1
SQUADRE
PT
TOTALE
RETI
G
V
N
P
F
S
DIF
AREZZO
19
7
6
1
0
16
6
10
GALLIPOLI
16
7
5
1
1
9
3
6
FOGGIA
13
7
4
1
2
5
3
2
CROTONE
12
7
4
0
3
7
5
2
TERNANA
11
7
3
2
2
12
7
5
BENEVENTO
11
7
3
2
2
9
6
3
CAVESE
11
7
3
2
2
6
5
1
TARANTO
11
7
3
2
2
8
8
0
SORRENTO
9
7
2
3
2
7
6
1
FOLIGNO
9
7
2
3
2
6
7
-1
REAL MARCIANISE
8
7
2
2
3
4
5
-1
PESCARA
8
7
2
2
3
4
9
-5
JUVE STABIA (-2)
7
7
2
3
2
6
7
-1
PERUGIA
7
7
2
1
4
4
7
-3
PAGANESE
6
7
2
0
5
4
8
-4
VIRTUS LANCIANO
6
7
1
3
3
3
8
-5
PISTOIESE
5
7
1
2
4
2
7
-5
POTENZA (-3)
0
7
1
0
6
6
11
-5
PROSSIMO TURNO - 19/10/08
BENEVENTO
PESCARA
CAVESE
JUVE STABIA
FOGGIA
SORRENTO
FOLIGNO
CROTONE
GALLIPOLI
AREZZO
POTENZA
PISTOIESE
TARANTO
PAGANESE
TERNANA
PERUGIA
VIRTUS LANCIANO
REAL MARCIANISE
SENZA PAROLE
aggiornato al 05.11.2008
...E CATELLO E' CON NOI
...SARA' SEMPRE CON NOI...
Links
FANTACLASSIFICA
MICIOLLA F.C.
363
MARCAVESE_1
355.5
SqdIVANSIANI
???
REAL ZEPPY
352
Real Kazzimm Ame82
366.5
TERRYEPAOLO
335
Cìcap
366.5
Clodmontero F. C.
383
Real stebbio
326
STORIA PIANESI calcio
2002-2003 1° TERZA CATEGORIA SCUDETTO DI CATEG. MIGLIOR ATTACCO MIGLIOR DIFESA BOMBER MICIOLLA 36+4 GOALS 2003-2004 6° SECONDA CATEGORIA BOMBER MICIOLLA 24 GOALS 2004-2005 4° SECONDA CATEGORIA BOMBER MICIOLLA 23 GOALS 2005-2006 5° SECONDA CATEGORIA BOMBER MICIOLLA 14 GOALS 2006-2007 2° SECONDA CATEGORIA BOMBER SPIRITO 19 GOALS 2007-2008 7° SECONDA CATEGORIA BOMBER TOTTI 11 GOALS
Il pranzo è servito, il mitico quiz di Corrado che i più grandicelli di voi ricorderanno benissimo, in una strepitosa versione online.
Scopo del gioco è comlpetare un pranzo intero dall'antipasto alla frutta. Per farlo ci sono tre fasi di gioco: delle domande generali, una prova pratica, e delle domande specifiche. Ogni risposta esatta vale un giro di ruota; ogni alimento corrisponde ad una portata, il jolly da diritto di scegliere ciò che si vuole, mentre la dieta non assegna alcun piatto.
Dunque riuscirete a completare un pranzo intero? E con quanti tentatici?
- DA PICCOLO HO SEMPRE PENSATO CHE ERI IL FRATELLO DI PEPPE BECCARO. (miciolla a pkk); - Il SAN MARZANO DEVE ESSERE UNA SQUADRA DI PELATI (pkk); -TEORIA DELLO SPAZIO: BRACIE' DEVI SPIEGARE MEGLIO A FRITTOLO IL SIGNIFICATO DI "LANCIARE NELLO SPAZIO" IN QUANTO HA INTESO "SPAZIO" COME COSMO E NON COME AREA DI CAMPO LIBERA!!! (palazzo a bracienzo); -RIGORISTI: FRITTOLO BRACIENZO TI HA DEPUTATO QUALE PRIMO RIGORISTA ... A FAVORE KE AVEVI CAPITO ?!?! (miciolla a frittolo); - MI VOGLIO TINGERE I CAPELLI VERDE PISELLO!!! e xkè vittò? XKE' TENG A PUKKIAKKA 'NGAP!!! (pkk a miciolla); - NOVEEEEEEE...TE PIACE U PANETTON E' !!! (ultras casatori a bracienzo); - WEEE FEMMINA RICCHIOOONAAAAA (ultras s.severino a frittolo); - BERLUSCONI IERI HA DETTO KE IL CALCIO E' LA METAFORA DELLA VITA!!!...IO LO VADO DICENDO DA DIECI ANNI!!! (PIERbracienzo carica la squadra contro il Costantinopoli); - FACEVATE BENE TU E GIGGINO A NON PASSARE MAI LA PALLA A VENTRELLA-azz makke dici clà... e come li ha fatti i goal???-VOI LO COLPIVATE!!! (claudio a miciolla); - ERA MEGLIO MARIO VIGORITO... (Stany e Spirito contestano PierBracienzo); - U FESS O FAI SCEM, MA U SCEM NU FAI CAPACE!!! (massima di Palazzo); - Per spiegare a tutti l'etimologia della parola "pallapiedato" attribuita al caro FRANKIE, diciamo che questa è composta da due parole.."palla" e "appiedato" (..che tra gli altri significati sta per "mettere al piede"!) e quindi in definitiva la giusta dizione da attribuire al nostro oramai famoso e "sfuggente" amico è: FRANKIE PALLAPPIEDATO...(noto mafioso americano)!!! (Claudio spiega il nuovo Franky); - SE LA PROSSIMA VITA RINASCO ANIMALE DI SICURO SARO' UNO GNU'...L'ANIMALE PIU' TRISTE DOPO LA FARFALLA CHE CAMPA 2 GIORNI!!! (Valutazione sugli allenamenti di PierBracienzo-Giggin Spirito); - Racce nu liett che chill s'addorm!!! (Barbara spiega Claudio); - Uno per tutti e tutti per TOTTI (Artista Sconosciuto) - Uketto:...incredibile... io per salire sul Q5 ho bisogno della sedia!!! Palazzo: UE' UKE'...tu ngopp u Q5 può fà al massimo un pupazz sott u specchiett!!! (Palazzo Vs Uketto); - Nella mia breve attività di allenatore...rilevavo che la squadra non osservava le indicazioni da me date; (e il fu Mr.) -Nel caso in cui nella nostra squadra abbiamo un fuoriclasse capace di creare la superiorità numerica saltando l’avversario nell’ 1 contro 1, allora non occorrono schemi ma basta dirgli solo di far goal. Invece nel caso in cui io debba gestire la palla e superare la linea avversaria mediante un’azione corale allora dovrò insegnare ai miei giocatori come manovrare la palla.(e il fu Mr.)